Il suo nome è Robert Paulson

“ Il suo nome è Robert Paulson “ è la battuta tratta dalla penna di Chuck Palahniuk nel libro Fight Club, diventato poi un film cult, che racchiude in sé molte riflessioni e metafore che ruotano attorno al tema della coerenza (questa sconosciuta!), e dei pericolosi cambi di paradigma quando le attività di valutazione passano dal singolo al collettivo, o forse sarebbe meglio in alcuni casi parlare di branco. 

Per capire tutto questo ovviamente è necessario almeno vedere il film, ma proverò a snocciolare in grande sintesi cosa penso. Nel corso della storia raccontata, un gruppo di persone aggregate attorno al loro leader Jack(?)/Tyler, una persona dotata di buona creatività ma con qualche problema di identità, quella che qualcuno chiamerebbe disturbo bipolare, si trova nella scomoda situazione di dover prendere atto di avere fatto una cazzata che è costata la vita (qui metafora) a Bob , un amico di sedute di terapia collettiva del leader del gruppo, che era diventato un membro del cosiddetto “Fight Club” e che viene successivamente arruolato nell’evoluzione degenerata e sovversiva del club divenuto “Progetto Mayhem”. Di fronte alla presa di coscienza collettiva che durante una delle azioni degli attivisti del progetto un membro ci ha lasciato le penne, ed alla falsa sofferenza dello stesso protagonista leader, più preoccupato delle conseguenze pratiche e potenzialmente virali che andrebbero ad inabilitare il potenziale del progetto ; ecco che l’evento della morte di Bob diventa un buon pretesto di mistificazione e di glorificazione da celebrare. Nominarne quindi nome e cognome, anziché il diminutivo Bob è metafora che corrisponde all’attribuirgli un valore vero solo ora, riconoscendogli la  reale identità. È l’unico modo per dargli gloria, soltanto post mortem, poiché il proprio ego non lo consentiva prima, magari anche in considerazione di alcuni difetti legati alla forma, e forse anche perché il soprannome serviva benissimo ad una attività non del tutto raccontabile. Il soprannome era adatto alla complicità all’interno del progetto, ma non era mai stata una piena attribuzione di valore fino ad allora. 

Non conosco le intenzioni vere di Palahniuk nella stesura del libro, ma a me questo passaggio del racconto ha ricordato molto quanto fatto dai nazisti quando decisero di usare come pretesto l’episodio controverso dell’attentato condotto il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan ai danni del diplomatico tedesco Ernst Eduard com Rath per scatenare nei giorni successivi l’odioso evento spartiacque e delirante dei “Pogrom del novembre 1938” poi rinominato “Notte dei cristalli del Reich”. É un espediente usato più volte nella storia dei popoli, sembra ci sia un vero e proprio metodo di lavoro propagandistico codificato. Proprio così, un’idea mal riposta sommata a oscure intenzioni, quando trova un nuovo nome strumentale genera sempre una licenza nefasta, consente diciamo così di poter collocare al posto “giusto” i bassi istinti con la scusa di avergli trovato  una nuova e funzionale etichetta. Dare un nuovo nome in questi casi quindi serve a giustificare qualcosa, ad avvallare qualcosa che prima non si poteva dire o fare, e non di rado questa cosa corrisponde ad una “verità” tenuta fino a quel momento nascosta, agli altri senz’altro, ma spesso anche a se stessi. 

Perché è importante considerare queste dinamiche ? Perché è chiaramente utile mettere in evidenza le proprie e le altrui incoerenze al setaccio del buon senso affinché si possa evitare di “farsi dei film sbagliati”, che spesso e volentieri non sono altro che proiezioni esteriori delle proprie sofferenze e mancanze interiori. Quando non siamo in grado di gestire delle situazioni siamo tutti facilmente portati ad additare gli altri, ci costa una maledetta fatica dirci che abbiamo sbagliato, che siano noi la causa unica e sola della nostra condizione, e talvolta può effettivamente non essere così , ciononostante il giudice interiore o dei nostri prossimi, vero o imaginarlo che esso sia, ci sembra un macigno insormontabile. Preferiamo quindi la via breve dello scarico di  questi pesi inventando le più becere teorie, diventiamo meglio di Steven Spielberg (che ironia semita) con tanto di colonna sonora a corredo. 

Ho vissuto direttamente diverse esperienze, anche di recente, nelle quali mi sono ritrovato ad essere alternativamente Robert Paulson, oppure solo un gregario partecipante al fight club di turno. Ovviamente non potrò qui ammettere di essere stato mai stato un Jack/Tyler.
Tempo fa durante una convention aziendale di inizio anno vissi un istantaneo “insight” che mi fece tremare li per li, capii improvvisamente di trovarmi in un contesto maldestramente gestito dove i valori nei quali credevo e per i quali avevo aderito a quel progetto di business, erano stati abilmente sostituiti dal mero ritorno economico come unico faro. Mi resi conto chiaramente che i miei sforzi andavano in realtà a nutrire solo e solamente l’ego ed il portafogli di chi presiedeva alla dirigenza di quel progetto ma che viceversa raccontava come gli sforzi andassero ad aiutare le aziende clienti ed in modo indiretto la crescita professionale ed economica di chi assieme a me diffondeva il “verbo”.  Subito dopo la mia presa di coscienza mi venne in soccorso il fulgido esempio di Claus Schenk von Stauffenberg. Se non sapete di cosa parlo troverete fra le fonti ispiratrici di questo articolo la riposta migliore.

Quanto è difficile essere realmente etici e coerenti ? Molto, moltissimo, sopratutto quando le cose non girano nel modo migliore, eppure è solo in quel preciso momento che puoi scoprire dove sono i valori, se ci sono, e se ci sono mai stati. Accade infatti che in quei momenti le cose cambiano, a volte in modo inaspettato, ciò che sembrava sinergico non lo è più e magari invece ciò che prima era distante stranamente si avvicina, solo rimanendo lucido puoi renderti conto di chi è davvero con te, chi lo è sempre stato e chi meno., serve tuttavia una reale apertura mentale ed emotiva per sorpassare gli sgambetti degli istinti e delle sub-emozioni che offuscano la mente.

Citando un altro film “Arriva un punto, molto estremo, in cui le strutture ti abbandonano e le regole non sono più un’arma, sono catene che imprigionano te ma non un criminale. Un giorno forse affronterai un simile momento di crisi. In quel momento spero che tu abbia un amico come l’ho avuto io, che affondi le sue mani nel fango in modo che le tue possano restare pulite!” . Chi parla è il commissario Gym Gordon e parla di Batman cioè di quell’eroe che non ha bisogno di sembrare tale , anzi schiva quella gloria pubblica a vantaggio del bene comune. La situazione in quella fase del film racconta come solo se si conoscono bene i fatti e le sfumature si è in grado di capire, mentre Gordon conosce bene tutti gli eventi, la popolazione di Ghotam City conosce un racconto differente, incompleto. Batman viene bollato come un criminale e, come è facile intuire, le malelingue battono il tamburo senza curarsi molto dei contenuti veri poiché le dinamiche del gruppo sono sempre portate alla semplificazione.  

L’ amico psicologo Claudio Luraschi postava oggi sui social una riflessione sul fatto che non è possibile rimanere se stessi all’interno di un gruppo di lavoro, di un team, poiché quando siamo coinvolti in una relazione sociale siamo diversi da come siamo normalmente in contesti personali. Citando a sua volta lo psicologo William McDougall, nel suo breve post Claudio spiega che  da una parte quando siamo in un contesto collettivo espandiamo il nostro vissuto emotivo, ma dall’altra come dazio diminuiamo il coinvolgimento cognitivo (ovvero siamo un po’ più stupidi NdR).

Ciò mi riporta ad un’altra considerazione che faccio sempre quando ascolto notizie di cronaca che hanno a che fare con problemi di disordine pubblico (vedi scontri fra tifoserie allo stadio, o manifestazioni di piazza che diventano atti vandalici, ed allo stesso modo la soppressione troppo violenta da parte delle forze dell’ordine di alcune di queste anche quando sono pacifiche, o peggio ancora quando un gruppo di maschi arriva a compiere violenze su una singola donna). Mi chiedo sempre come sia possibile che persone ritenute equilibrate, insospettabili, arrivino poi a tanto quando sono immerse in un altro contesto collettivo. Cio che ho capito sin dalla giovinezza, e che viene confermato dal post qui sopra, è che realmente la scala delle regole di relazione si sposta senza che il singolo se ne renda conto, e se per caso se ne rendesse conto non è sempre in grado di rispondere alle proprie istanze interiori poiché il contenitore più grande del gruppo sembra dovere assorbire e prevalere sul focus individuale.

Tornando a noi, questa mia dissertazione serve qui a stimolare all’osservazione delle dinamiche di gruppo nel contesto del lavoro.
Facciamo più attenzione a tutti i Robert Paulson che siamo e che incontriamo.

Mi occupo di consulenza per lo sviluppo e la gestione delle organizzazioni e dei reparti commerciali, chiedimi come fare per …. 

– Alessio Micheli

Alcune delle Fonti :

Musica e Scritti

Articolo di Luca Fontana su https://www.digitec.ch
Testo della canzone “Bandiera Bianca” di Franco Battiato
Post di Caludio Luraschi su LinkedIn 
Libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk 
Testo della canzone “Barabba” di Lorenzo Giovanotti
Libri : “B/REL” (La trilogia inedita) di Ale Seven
Libro : “Simulacri e Simulazione” di Jean Brillard (che devo ancora leggere 🙂

Films

“Fight Club” , di David Fincher 
“Batman” (la trilogia) , di Cristopher Nolan
“Arancia Meccanica” , di Stanley Kubrick
“Operazione Valchiria” , di Brian Singer


La Prospettiva

L’Italia è stata per diversi secoli un po’ come “La Silicon Valley dell’Arte e della Cultura” , considerata da tutti come una fucina di talenti nel mondo, ed ancora oggi vive di rendita del successo delle vicende che l’hanno attraversata nel bene e nel male, e delle diverse imprese, intraprese, e vinte dai propri figli. 

A Giotto viene attribuita la prima gestione moderna degli spazi nell’ambito dell’arte pittorica, successivamente il Brunelleschi avrebbe dato forma all’invenzione della prospettiva lineare messo poi a punto da altri eminenti artisti dei secoli successivi. Nasce così quindi la terza dimensione che, incredibilmente per noi moderni, prima di allora non esisteva, non era stata ancora concepita dalle menti del tempo. 

Mi sono sempre chiesto ed immaginato con la fantasia la scena di come doveva essere la visione di un quadro contenente la prospettiva quando veniva visto per la prima volta. Credo proprio che sia stato un grande stupore, un effetto wow, i neuroni di quei cervelli “prospetticamente vergini” , grazie alla visione di un’opera d’artista, dialogarono in un modo inedito, eccitati così da una nuova via di comprensione del mondo e probabilmente anche di sé stessi generando un nuovo senso delle cose.

Oggi accade qualcosa di simile, ma dalla portata molto inferiore, quando vediamo uno schermo led moderno, magari di quelli curvi di ultima generazione che ci propongono la realtà aumentata.  
Non è però la stessa cosa tuttavia se paragonato al salto che è stato fatto in passato, allora si accendevano nuove lampadine in testa, mentre oggi si cerca di non farle spegnere poiché sono drogate costantemente dagli stimoli continui ai quali ci obbliga la modernità. 

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo non se ne parlava ancora, ma in questi ultimi mesi imperversa il così detto “Metaverso” ovvero la possibilità di accedere ad un’universo parallelo , digitale, che sembra volerci catturare ed inchiodare all’interno di un mondo irreale. Uno dei trend del business di punta ci invita in modo subliminale ad una probabile via di fuga dal momento presente. 
Di fatto ciò offrirà in men che non si dica altre modalità di (nuova) interazione, di lavoro e di relazioni sociali incluse … ed un po’ rattrista. Questa cosa non è però nuova, la prima stagione di questa idea era stata quella, non molto riuscita, di Second Life per chi la conobbe allora. 

Tornando ai nostri Led Wallet tuttavia il paragone visivo ha forse più pertinenza se riportato all’esperienza che abbiamo fatto in tanti già qualche anno fa di “entrare” volontariamente con lo sguardo dentro una stampa lenticolare 3D con disegni sovrapposti. Ricordo ancora quanto fosse innaturale dover – sfocalizzare – con gli occhi a mo di strabismo per poter accedere al disegno celato dalla macchia indistinta di forme e colori che si vedeva in prima battuta. 
Ci è voluto uno sforzo sia muscolare che di apertura mentale ad nuova comprensione di quella altra realtà, ci si è dovuti un po’ arrendere al fatto che ciò che avevamo visto fino a poco prima non era la cosa più interessante, la novità ancora nascosta ai nostri sensi era già lì ma era ignorata a prescinderne poiché non era ancora stato “caricato quel tipo di file” nella nostra mente, che è appunto il software che alberga diffusamente fra le grinze della nostra materia grigia e rosa. 
Suppongo tuttavia che qualcosa di analogo sia accaduto secoli prima alle prime esperienze della pittura in prospettiva, non tutti saranno stati in grado di cogliere subito la novità poiché la loro mente non sapeva cosa cercare tramite gli occhi, solo una volta aperta quella porta interiore, e solo allora, è stato ovvio e bello ciò che prima era irraggiungibile, e con tutta probabilità ciò che prima era ovvio era diventato improvvisamente vecchio ed in qualche modo un po’ più brutto, peggiore. 
Questo, se ci pensiamo, accade sempre quando si ha a che fare con la tecnologia, la novità, le migliorate performance, la comodità di un prodotto o servizio fanno da spartiacque. 
La chiamerò “obsolescenza mentale” non avendo fatto ricerche circa le possibili definizioni, è il meccanismo col quale in un istante si sceglie di faticare di meno in vista di una migliore usabilità, da subito più gradita.  
Da lì diventa sempre una sofferenza tornare indietro, chi lo nega è un romantico.

Basterebbe considerare questo per cogliere come i concetti di futuro ed innovazione sono sempre e comunque disponibili la fuori, nell’universo (e mi auguro poco nel metaverso) oltre la nostra scatola cranica, ciò che ci serve davvero è un po’ di istruzione su come riuscire a vedere aldilà di noi, delle nostre fedeli paure e dei pre-giudizi che sono molti di più di quelli che riusciamo ad addebitarci già noi stessi. 

Il professor Sgarbi, che quando parla di pittura è davvero coinvolgente poiché da critico appassionato ed amante viscerale di questa arte trasuda grande entusiasmo, ricorda spesso come Giotto rappresenti oltre al genio pittorico il primo vero artista moderno poiché pagato per la sua arte in un nuovo senso Imprenditoriale, o da libero professionista se preferite. 
Per la prima volta l’artista veniva infatti considerato non solo come un esecutore che riceveva vitto/alloggio, cioè uno che campa con ciò che fa, ma diventava  invece un vero e proprio imprenditore che fa da se un po’ tutto fra management/personal-branding/sales/cfo/investor manager ecc ecc detto come si usa fare adesso mettendo l’inglese come il prezzemolo per ogni professione. 

L’evoluzione del concetto di artista oggi è rappresentato da Banksy. 
Che sia un singolo individuo oppure un collettivo, al pari di Satoshi Nakamoto, questa figura ci racconta come in precedenza si sentiva il dovere di uscire dall’anonimato, per affermarsi e testimoniare, mentre oggi si protegge se stessi e il proprio messaggio rifugiandosi all’interno di un anonimato. Escluderei per inciso tutto ciò che ha a che fare con gli NFT che a mio parere sono uno strumento di una breve (???) stagione speculativa, molto business ma poca arte (Ndr quindi) .

In questo senso la prospettiva si è davvero capovolta, dal virtuosismo estetico delle forme plastiche si è tornati all’essenzialità della street art in bianco e nero, non è più la forma che prevale sul contenuto ma si ritorna all’essenza poiché la forma è di impiccio, troppo ingombrante.

Abbiamo oggi davvero molti strumenti di supporto tecnologico, in senso elettronico, e tutto ciò vive delle logiche dell’obsolescenza precoce perché la veloce progressione della curva dell’innovazione digitale di nuovi e più performanti ammennicoli ci spinge sempre di più verso una continua ansia da possesso dei migliori strumenti immessi sul mercato per il lavoro e per la vita. 

In passato tendenzialmente le cose erano diverse, i tempi erano più dilatati, i cambiamenti avvenivamo senz’altro anticipati da forti e prolungati segnali … eppure non è del nulla scontato che ciò che rappresentava la novità fosse compreso neppure allora. 
La cosiddetta “inerzia cognitiva” travalica la storia dell’uomo, cambiamo le scale e le misure, aumentano frequenza ed ampiezza dei cambiamenti, ma la storia si ripropone.

Anni fa ebbi modo di avere alcuni incontri di lavoro col Sig. Carlo Vichi, lo storico fondatore del marchio MIVAR, che fu l’azienda italiana leader per la produzione di televisori negli anni ottanta e novanta, e che era nata nel dopoguerra dall’abilità artigianale del suo fondatore di aggiustare apparecchi radio e poi televisivi. 

Vichi osservò e sfruttò la richiesta costante e continua determinata dal periodo di crescita del boom economico e così decise di diventare un imprenditore ed ottenne  un grande successo. 
Tutto però cambiò quando le nuove tecnologie TV delle aziende estere competitor, sopratutto giapponesi, imposero quel cambio di passo al quale MIVAR non era preparata.  
Il racconto del Sig. Carlo infatti finisce con la forte autocritica dell’aver sottovalutato e quindi ignorato il nuovo che avanzava ad un ritmo forse in quel momento imprevedibile. 
In sostanza l’ammissione dell’errore è quello del non aver guardato in prospettiva oltre lo scenario che veniva dato in qualche modo per scontato. 

Così come per MIVAR ci sono altri esempi che sono ancora più celebri per il calibro dei brands, vengono spesso citati quando si parla di innovazione i marchi di Kodak e Blockbuster che ignorarono loro malgrado il potere – disruptive –  dei telefonini poi divenuti smartphone a discapito della fotografia e dei supporti video ed i servizi video del web rimanendo quindi fermi alla stazione …. mentre “Hyperloop” era già partito…

Il Tempo, considerato come fattore e come strumento, è la nuova vera tecnologia con la quale dobbiamo oggi imparare a guardare alle cose in prospettiva. Mi spiego meglio : il tempo è finito, ovvero è stato schiacciato, compresso, dalle tecnologie, ci siamo abituati ad avere tutto subito e ad essere sempre connessi, il rallentamento di qualsiasi processo del fare è ormai sinonimo di incapacità ed inefficienza, la lentezza ci sembra non essere una buona cosa.

La risorsa più grande che quindi vorremmo intimamente avere in fondo in fondo è un maggior tempo, ne vorremmo sempre di più , ed a volte non sappiamo bene per fare che cosa, non ne riconosciamo più il sapore come prima. 
Da tempo per molti il “Tempo”è sempre più uguale, indifferenziato, la percezione che abbiamo è che il tempo non basta mai. 

Il COVID -19 ha rotto (oltre che le scatole) il meccanismo cognitivo di relazione col tempo. Era già prima una relazione precaria, ma adesso abbiamo avuto un grande stop. Se lo abbiamo sfruttato bene è proprio per rivedere le logiche di priorità, ed una delle grandi consapevolezze che abbiamo maturato è che il pianeta intero sia proprio a corto di tempo, c’è una deadline sempre più vicina, molte cose sono da fare e ci sentiamo piuttosto inadeguati, colpevoli ma anche un po’ stanchi e delusi – scusassero lo spleen – .

Perché ?

Stiamo quindi utilizzando il tempo come l’unico strumento per guardare al passato ed al futuro in una logica di vera prospettiva e non ne siamo ancora del tutto capaci, ci sembra di non vedere bene e quindi di non capire proprio come quando abbiamo fatto i primi tentativi di guardare a quella stampa lenticolare in 3D. 

La cosa non riguarda solo gli over quaranta che senz’altro sentono di più il peso di un primo bilancio di vita e sono preoccupati per i propri figli, ed in qualche raro caso anche per i già nati nipoti, questo nuovo sentimento collettivo è un collante che ci tocca tutti, più o meno consapevolmente.

Come ci spiegano gli studiosi di astronomia che hanno a che fare con delle scale di grandezza infinitamente più grandi della nostra idea di tempo, l’intera nostra vita può essere fotografata in un solo frame, come a dire che che ciò che abbiamo già fatto e ciò che faremo in modo più frequente determinerà ciò che verrà immortalato in uno scatto, congelati quindi in quello può essere considerato il nostro carattere distintivo, la nostra qualità, la nostra caratteristica. 

Se ciò vale per un singolo, non cambia molto per un collettivo, e così anche per un periodo temporale. I validi storici sanno tratteggiare già nel presente l’analisi del dopo, tracciano i contorni per una lettura di retrospettiva, usando quindi la – prospettiva del prima – , che spesso si differenzia da quella della vulgata e dei libri di storia.

La prospettiva quindi non può essere altro che cognitiva. 
I cosiddetti bias, che fondamentale sono i driver che guidano la nostra esperienza di vita e traduco per noi il linguaggio dello sconosciuto, cioè sono per noi come google traslate che usiamo per comodità e velocizzazione , ma che molte volte non è in grado di tradurre il vero contenuto dello script che deve tradurre. I file dedicati a questa funzione che sono caricati nelle sue libreria sono troppo rigidi e costringono un linguaggio ad un impoverimento facendone la sintesi. 
Ecco la stessa cosa accade nella nostra mente, che pigra-mente non vorrebbe doversi sforzare più di tanto. 

Se ciò lo applichiamo alla lettura del mondo e degli eventi, scopriamo che la prospettiva cognitiva ci può regalare tesori, tesori cognitivi che fanno la differenza, è una vera e propria magia.

Se abbiamo la famosa resilienza nella nostra cassetta degli attrezzi scopriamo che la realtà è un’altra, e forse già prima era diversa. Senz’altro potrebbe essere un’altra in futuro, “basta” quindi imparare a disegnare secondo l’innovativo uso della prospettiva, ma senza indugi e rimandi. 

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva chiedimi come fare ! 
–  Alessio Micheli 

Alcune delle fonti :

Web e Video : 

Testi :

La Poetica del Vago e dell’Indefinito – di Giacomo Leopardi 
Come funziona il cervello – Ed. Darling Kindersley Limited
La scoperta dell’ombra – di Roberto Casati
Inventare la Mente – di Chris Frith
Silicio – di Federico Faggin

Films :

Il Peccato ; il furore di Michelangelo – di  Andrej Končalovskij
Inception – di Christopher Nolan

Effetti In-Desiderati

Libri :

“Vita di Pi” di Yann Martel
“B/REL3” di Alessio Micheli
“Le avventure di Arthur Gordon Pym“ (incompiuto) di Edgar Allan Poe

Films :  

“Sliding Doors” di Peter Howitt
“Operazione Valchiria” di Bryan Singer
“Wall Street – Il Denaro Non Dorme Mai” di Oliver Stone

Web :  

Linkiesta.it (del 28/7/17)
siamodemoda.wordpress.com (del 10/05/2017)

Commento : 

“Il famoso attore Antony Hopkins aveva assolutamente bisogno del libro scritto da George Feifer per poter interpretare il suo personaggio in “La ragazza di Via Petrovka”. Cercò in qualsiasi libreria ed alla fine lo trovò per caso in un parco su una panchina. Un giorno i due si conobbero e lo scrittore disse che nemmeno lui era in possesso di una copia del libro e che l’ultima che aveva se l’era dimenticata in un parco.”

Spesso accade che i nostri migliori propositi non bastano per ottenere quanto avevamo previsto, abbiamo un impulso, magari un obbiettivo e se siamo bravi, o fortunati, il nostro obbiettivo è chiaro davanti ai nostri occhi, lo vediamo bene e sappiamo almeno in via intuitiva che lo otterremo. Poi può accadere davvero di tutto, ci imbarchiamo in questa nuova avventura ed il cammino segue dei passaggi imprevedibili, sicuramente ci sarà qualche difficoltà imprevista, non di rado anche una grande sorpresa a nostro favore proprio quando stavamo per arrenderci.
Il training sportivo di alto livello sta via via insegnando agli atleti che le competizioni si vincono prima ancora che con la performance corporea nella propria testa, fanno esercizi di prefigurazione per fare una corsa, percorrere un circuito, anche una partita di sport collettivo che però ha molte più variabili poiché gli attori in campo sono tanti, differenti tra loro, ed il tempo dell’evento è molto più lungo. Durante la competizione accadono molte cose incredibili sia in un senso che nell’altro, basti pensare agli ultimi mesi nei quali è accaduto che la squadra di calcio del Barcellona ha ribaltato il risultato dell’andata dei quarti di finale di Champions League, quando ormai in svantaggio di quattro goal, è riuscita nella storica impresa di vincere e passare il turno facendo sei goal agli avversari del PSG durante la partita di ritorno, e ciononostante il turno successivo ha però poi perso prendendo tre goal dalla Juventus che, diventata in quel momento la probabile favorita del torneo, ha invece poi perso in modo eclatante la finale di coppa con il solito Real Madrid.
Alle Olimpiadi il re della corsa giamaicano Usein Bolt, dichiarato ormai l’uomo più veloce del pianeta ha invece finito zoppicante la sua ultima gara mentre tutti già lo vedevano per un’altra volta sul podio più alto. E ancora, la famosa nuotatrice connazionale Federica Pellegrini che, inaspettatamente anche per se stessa, ha invece trionfato vincendo ancora una volta l’oro olimpico….e via così, questi sono solo alcuni dei recenti grandi avvenimenti sportivi dagli esiti inaspettati.

Comunque sia, anche se è fondamentale prepararsi a tutti i livelli, le cose non vanno quasi mai esattamente come le avevamo organizzate a tutta prima nella nostra mente.
Quindi, se sei Antony Hopkins e stai cercando un libro non c’è problema, ma se ti chiami Richard Parker non fare troppi viaggi sulle imbarcazioni!! … è un consiglio da amico …

Ci piace sfidare i nostri limiti, è una cosa che ci appartiene da sempre e continuerà a spingerci sempre oltre il già conosciuto, dicono che presto potremo arrivare su Marte, e ci sembra già scontato che accada, dopo avere visto ripetutamente, anche solo nei film, per venti-trent’anni questi scenari predittivi siamo in qualche modo capaci di realizzare quello che per prima cosa è stata solo un’idea, un azzardo della mente, un rischio irrazionale.

“Non doveva finire così. Il gioco del Monopoli, che nella sua forma attuale traduce – anzi, celebra – i vizi del capitalismo arruffone e del land-grabbing, era nato con tutt’altro scopo. Doveva far comprendere ai giocatori i benefici di una tassazione giusta, dalla quale tutta la comunità avrebbe tratto giovamento. Questa storia alternativa viene ritrovata da The Atlantic, che in un interessante articolo racconta la vita e le idee di Elizabeth Magie, la prima e vera ideatrice del gioco. Controcorrente, ribelle e femminista, Elizabeth Magie (nata nel 1866) era un personaggio notevole della sua epoca. Aveva già fatto parlare di sé per un annuncio pubblicitario shock, in cui si offriva come “giovane schiava americana”, e denunciava la condizione subordinata della donna nella società. Ma le sue battaglie, che non comprendevano il genere delle parole ma solo quelle delle persone, erano comunque a più ampio raggio. Ad esempio, riguardavano il sempre più potente sistema capitalista della proprietà.
Ispirata dal volume del pensatore ed economista americano Henry George, – Progress and Poverty -, in cui veniva predicato che “il diritto uguale di tutti gli uomini di usare la terra è evidente come quello, uguale, di respirare l’aria: è rivendicato dal fatto della sua stessa esistenza”. Ma, come aveva notato lo scrittore nei suoi viaggi, la sua idea era ben lontana dalla realtà: la distribuzione della terra era iniqua e, di conseguenza, ne sarebbe stata la ricchezza personale. E allora, quale soluzione si poteva adottare? Semplice: tassarla. Il ragionamento era semplice: il valore di una terra non è dato solo da ciò che viene costruito sopra, ma dalla sua ricchezza naturale e “sociale”, relativo cioè a tutto quello che esiste intorno. Case, scuole, economie più o meno funzionanti. Tassare la terra sarebbe stato necessario perché sarebbe finito a vantaggio di tutti. Ed è qui che Elizabeth ha la sua idea geniale: usare un gioco da tavolo per far capire a tutti i vantaggi della ricchezza condivisa. Per la prima volta viene pensato secondo un percorso, che i diversi partecipanti devono seguire, inframmezzato di terre e costruzioni, dazi e multe. Magie (e questo non si sa) fornisce due sistemi di regole: il primo, chiamato “Prosperity”, prevedeva che, ogni volta che un giocatore avesse acquisito una nuova proprietà, anche tutti gli altri guadagnassero qualcosa. Era l’effetto pratico della tassazione del valore delle terre e della redistribuzione della ricchezza. Il gioco sarebbe finito (e vinto da tutti) quando il giocatore che partiva con la somma di denaro minore avesse raddoppiato la sua ricchezza. Il secondo sistema, chiamato “Monopolist”, era più o meno come il Monopoli moderno: i giocatori si accaparravano terre, costruivano servizi e si prendevano i guadagni da chi ci passava sopra. Il vincitore era chi riusciva a mandare in bancarotta gli altri. Di fronte ai due sistemi di gioco, sperava Magie, le persone avrebbero compreso, come grazie a una dimostrazione pratica, come due diversi tipi di società (oltre che di gioco) fossero possibili. E come il primo, cioè il “Prosperity”, fosse da preferire. “Potrebbe essere chiamato Il gioco della vita, perché sono presenti tutti gli elementi che determinano il successo e il fallimento nel mondo reale. E l’obiettivo è lo stesso che si pone la specie umana in generale, cioè l’accumulazione di ricchezza”.
Come poi si sia imposto solo un sistema di regole è frutto/colpa del successo del gioco. Venne ceduto, in uno dei suoi adattamenti, da un uomo disoccupato – Charles Darrow – all’azienda di giochi Parker Brothers, spacciandolo come suo. Come è ovvio, grazie ai diritti delle vendite Darrow divenne miliardario. Fu, in un certo senso, un colpo ironico della storia. E la dimostrazione reale, concreta, evidente, che il sistema “Monopolist” sia molto più forte del “Prosperity”…

Mi occupo di rilancio personale ed aziendale, di pianificazione attraverso il format “9TM” – The Nine Times Management – chiedimi come fare per ….
– Alessio Micheli