La Visione Sistemica di Insieme

Più persone raggruppate a caso fra categorie di sesso, età, etnia, stato sociale, provenienza geografica ecc ecc se messe di fronte alla situazione di guardare la stessa immagine, lo stesso panorama, la stessa persona … altro … alla domanda “cosa vedi ? “ risponderebbero molto probabilmente in modo del tutto differente.
Anche quando dovessero rispondere “in che senso ? ” , ovvero chiedendo di specificare meglio la richiesta alla quale in modo un po’ evasivo gli si rispondesse “descrivi ciò che vedi “ beh, il risultato sarebbe sempre e comunque simile, cioè della diversità di osservazione. 

Ognuna di quelle persone adotterebbe il proprio “filtro di priorità” per offrire la propria descrizione, oppure il proprio livello di precisione, di ampiezza della comprensione interiore di quel concetto, ciò in funzione di una serie di variabili miste fra il doversi misurare/giustificare con la domanda, o magari per l’imbarazzo di non volersi sentire inadeguati.

Se ad esempio in questo momento siete in spiaggia e volete fare l’esperimento, vi sarà abbastanza facile reperire delle persone ed avere un panorama suggestivo, più o meno affollato, sono certo che sarà divertente fare questo gioco. 

Senza entrare nei dettagli delle infinite risposte possibili, brutalizzerò l’analisi  delle risposte in due macro categorie : 
A) quelli della visione del particolare   /   B) quelli della visione di insieme

A : Sono quelle persone che se hanno davanti a se un insieme di palline nere assieme ad una sola rossa vedranno subito la differenza, si concentreranno solo su quella, faranno ragionamenti interessanti ed articolati che guarderanno più al perché l’unica pallina è rossa senza tuttavia interessarsi al fatto che l’insieme risulta sostanzialmente composto da palline nere. Sono persone che si incaponiscono nel pensare che “la regola” non serve, è sempre una forzatura, poiché ci sono sempre delle variabili. Spesso queste persone pensano molto alla propria percezione e viaggiano “per esclusione” quindi non si ritengono parte di un meccanismo.

B : Queste altre persone sono persone che talvolta sono, e più probabilmente sembrano, un po’ imprecisi nel loro primo giudizio, vedono l’insieme delle palline nere ma non si interessano subito della pallina rossa, talvolta la ignorano del tutto considerandola un fastidio. La loro capacità è quella di una visione dall’alto, si vedono osservatori immersi ma ciononostante esterni del meccanismo che guardano nella sua interezza e cercano di orientarne gli sviluppi se la cosa li riguarda circa la responsabilità che si attribuiscono. Spesso si accontentano solo di godere del panorama percependosi un piccolo ingranaggio in un grande meccanismo ragionando più  “per inclusione”.

La  differenza comporta dei ragionamenti diversi che determinano diversi comportamenti di fronte alla stessa situazione. Chi sei tu, A o B ? La premessa fatta era che questo esercizio è un po’ una forzatura. Perché farlo ? Perché ritengo che in questi tempi moderni bisogna essere A+B , ovvero bisogna anzitutto avere la capacità  di vedere l’intero quadro nel quale ci si muove, e tuttavia è fondamentale sapere verticalizzare focalizzandoci sul singolo dettaglio che talvolta, in un mondo iper-connesso, determina tutto il resto in una dinamica  ad “affetto domino”.

Sapete perché accade ? Accade perché le stratificazioni sottili delle connessioni fanno si che ci stiamo metaforicamente spostando dalla meccanica all’elettronica o se preferite alla meccanica quantistica. In passato un ingranaggio di un’automobile poteva rompersi, aprivi il cofano cercavi un ricambio e sistemavi il tutto, oggi se rimani a piedi o sei un ingegnere elettronico oppure sei fregato, se un sensore non funziona bene l’automobile non parte più …ma magari ti ha salvato la vita. Non troppo tempo fa giravamo col pericolo costante di finire in un fosso oppure di saltare in aria. Esagero ? Non credo molto, semplicemente avevamo meno “coscienza” e meno tecnologia. Io non ho mai avuto l’obbligo di usare il casco per poter girare in motorino, e l’ho scampata bella quando una mattina di Maggio di circa trent’anni fa una signora ha pensato di ignorare uno stop.

Quello che studio sul campo da molti anni, incontrando imprenditori di diversa estrazione e tipologia, mi ha fatto capire che la maggior parte di questi non conosce la differenza fra essere un imprenditorie ed essere un artigiano. Sono entrambi da stimare ma, se è vero che l’artigianalità racconta di sé i grandi sacrifici dei quali la collettività beneficia, l’imprenditoria più pura spiega che la connessione con tutto il resto necessita di una attenzione spasmodica per stare al passo con gli scenari che mutano. I due mondi sono spessissimo collegati fra loro in logica di filiera, eppure hanno esigenze che non coincidono a meno che non adottino entrambi una : Visione Sistemica di Insieme.
Questa visione sistemica deve includere gli obblighi del tempo : etici e morali, di genere, sociali, ambientali, culturali, strategici, digitali, geo-politici, energetici, finanziari, generazionali … e probabilmente qualche altro spicchio del frutto del peccato originale che hanno deciso di mangiare, cioè il volere “fare di più”.

Il web non ha fatto altro che amplificare e velocizzare i processi già in corso. Cercando infatti di vedere prima (pre-vedere) gli scenari ai quali si va incontro, soddisfare  il bisogno conoscere in tempo reale informazioni e meta-dati oltre che previsioni fatte da algoritmi ed intelligenze nuove, tutto ciò fa prendere scelte differenti poiché la comprensione viene modificata. Altrettanto tuttavia fanno anche altri, in fine ciò può determinare una logica schizofrenica che, dalla razionalità sposta verso scelte inadeguate, dettate dallo stress e dalle paure anziché dalla ipotizzata programmazione.

La visione sistemica e di insieme, lo spiega  la stessa definizione, è un processo cognitivo di inclusione che guarda all’insieme, e lo fa in una ottica di sistema, ovvero che nutre e viene nutrita dalla capacità di relazionarsi con attori ed esigenze molto diverse tra loro.  È un po’ come il dovere essere in grado di parlare lingue diverse, con diversi interlocutori, durante una riunione nella quale ognuno ha fretta di dire la propria e vuole essere ascoltato per il proprio impellente e personalissimo bisogno che deve risolvere quanto prima.

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva, chiedimi come fare per ….

– Alessio Micheli


L’Arte di Fallire

È una delle paure più grandi dell’uomo, specialmente del maschio, è la paura del fallimento e quindi del giudizio degli altri, del collettivo, ed ancora di più del proprio di giudizio, quello verso se stessi. 
Il lavoro occupa gran parte del nostro tempo, e quindi della nostra vita, il pensiero di un fallimento personale e professionale è un cruccio che può diventare una ossessione , una forma di angoscia, e paradossalmente quando si innesca quel pensiero ricorrente aumentano le probabilità che ciò accada poiché si perde di lucidità ed alcune scelte potrebbero non risultare le più centrate. 

Bisogna quindi “vaccinarsi” imparando a fallire almeno un po’, imparando che si può fallire e che fare impresa prevede il poter fallire, diversamente non si ha realmente fatto un passaggio da imprenditore moderno. Si chiama infatti impresa non perché fosse scontato il possibile risultato, ma perché l’avere intrapreso è stata una sfida accettata, non una scommessa a caso, ma un progetto, una meta, ed una competizione con sé.

Ma cosa significa in realtà fallire ? Fallire è senz’altro sbagliare qualcosa, e le conseguenze di uno o più errori determinano potenzialmente la cessazione di una attività nel peggiore dei casi, oppure in maniera più moderata una certa dose di sofferenza e di fatica aggiuntiva, non prevista nella progettualità delle cose. Nel migliore dei casi un cambio di rotta strategico e magari di mezzo giro.
Spesso questo passaggio è quasi un percorso obbligato per una maturazione della capacità imprenditoriale – sbagliando si impara – poiché sono proprio gli errori che ci consentono di migliorare e di sbagliare di meno in futuro. 

C’è tuttavia modo e modo di sbagliare, di fallire, e sapere come farlo è un grande vantaggio. La prima delle condizioni per “fallire bene” è quella di poter avere prima di (ri)partire delle buone risposte ad una serie di domande preventive come : 

Qualora non riuscissi sarei poi in grado di riprovarci ?
Sarebbe per me possibile ripartire dal punto di vista della legge senza avere una macchia indelebile ? 
Le istituzioni mi metterebbero nella condizione di poter chiudere e riaprire senza perseguitarmi ?
E se accumulassi grossi debiti avrei sufficienti agevolazioni finanziarie per poter affrontare le richieste dei creditori privati ed istituzionali ? 
Avrei la possibilità di un riscatto al cospetto degli altri ? 
Avrei sufficiente stima di me stesso per poter affrontare una seconda occasione ?
Come potrei rilanciare se sbagliassi i miei obbiettivi ?
…..

Sono sempre importanti gli interrogativi che un imprenditore, piccolo o grande che sia l’orizzonte del proprio volume di affari, deve senz’altro affrontare ad una prima iniziativa imprenditoriale, lo è ancora di più anche dal punto di vista emotivo quando si tratta di una seconda, magari di una terza ecc 

Ma perché é così ? Perché non è facile avere la cosiddetta exit strategy ? Fondamentalmente dipende da una questione di cultura nella quale si è immersi, non é infatti così ovunque, anzi, e forse proprio in Italia c’è una delle peggiori considerazioni verso la categoria dei tanti e valorosi piccoli e grandi imprenditori. Nel nostro paese é ormai diffuso il concetto di presunta colpevolezza secondo il quale lo stato mette imprenditori e partite iva davanti all’assunzione che “probabilmente tu hai sbagliato e devi dimostrare che non sia così”, nella vulgata di massa inoltre “chi imprende froda ma nessuno controlla” e via così con vecchi slogan. 

Alcuni degli studi di statistica tuttavia rivelano un dato che colsi tempo fa, e riferito all’anno 2020 ed il primo quadrimestre del 2021, che spiegava come fosse in aumento il numero delle aperture di nuove iniziative come p.Iva e società Start-Up, era un’ottima reazione che un po’ ci si poteva aspettare in quel momento . La pandemia è stata percepita e paragonata un po’ come una sorta di conflitto mondiale, che ha visto sia tanti caduti ma allo stesso tempo ha anche fatto emergere nuove riflessioni che sono dei buoni segnali di fiducia nel futuro. È stato un po’ come uno spartiacque anche se con tutte le incognite del caso.

Questo era quanto riflettevo verso fine 2021, quando scrissi la bozza dell’articolo che però ho pubblicato solo adesso. La mia attesa a pubblicare la mia riflessione facilmente dipendeva da un presagio circa il futuro. Nel frattempo infatti sono arrivate a farci compagnia la crisi energetica ed un conflitto ail confine europeo. Probabilmente non eravamo ed ancora non siamo più abituati a stare costantemente in una “s-confort zone”. Chi è nato in occidente negli anni ‘ 60- 70 non ha percepito quasi mai fino agli anni duemila un reale pericolo generale, fa eccezione la nube tossica di Chernobyl, tale che potesse cambiare le nostre vite. Da adulti quindi non c’era mai stato quel retro-pensiero che potesse essere fortemente determinante sul ripensare se fare o meno impresa, c’era un ottimismo di fondo generato da un periodo insolito, di ovattata tranquillità. Oggi la “musica” è del tutto diversa, gli scenari evolvono, di continuo, si impennano e crollano con pendenze vertiginose, la stabilità la si deve trovare costantemente e guai a chi crede di averla già trovata del tutto, pena la morte della propria attività o qualche mal di pancia nella migliore delle ipotesi. 

Su questo palcoscenico di oggi credo che il ruolo più complesso dovrà essere interpretato dagli – stanchi -imprenditori, sopravvissuti a questa ennesima compilation di colpi al sistema economico. Sono, siamo, quelli che hanno resistito fra mille ed inaspettate incertezze, spesso guardando sopratutto all’amore verso il proprio lavoro ed alla funzione sociale che il proprio ruolo riveste nei confronti dei tanti dipendenti e delle loro famiglie. Nutro per tutte queste persone un grande rispetto ! Potrebbe accadere che da queste dolorose esperienze fiorisca una nuova generazione di imprenditori dalle menti più preparate ed allenate al cambiamento continuo.

Per tutti quelli che non ce l’hanno fatta a continuare c’è senz’altro bisogno per loro del migliore aiuto per poter gestire una degna chiusura, ma anche per potergli offrire una nuova opportunità, che sia realmente nuova. I paradigmi di oggi, con paletti sempre più stretti orientati al cambiamento in corso, obbligano un imprenditore moderno ad essere formato e preparato, orientato alla tutela dell’ambiente, capace comunque di mettersi al riparo in caso di difficoltà finanziarie impreviste, socialmente responsabile ed in grado di intercettare le nuove logiche di questo particolare momento di rilancio. 

Viene spesso raccontato che in altri paesi, di solito si citano gli States, si apre con una estrema semplicità burocratica una nuova iniziativa imprenditoriale e che risulta abbastanza normale aver fallito almeno due-tre volte prima di avere trovato la giusta strada da perseguire che poi determina il tanto auspicato successo, inteso nella sua corretta accezione, ovvero che ciò che si voleva ottenere è davvero successo !

Se è vero come lo è, che la nostra terra è davvero la patria dell’ingegno e dell’arte, il mio grande augurio per tutti i nuovi e vecchi imprenditori è che possa essere anche la patria dell’Arte del Fallimento. Non sto ovviamente augurandomi che molti progetti naufraghino, ciò accade già, e continuerà ad accadere, è fisiologico. Sto auspicando ad un rifacimento del quadro normativo, e ad una nuova cultura del fare impresa entro la quale l’imprenditoria venga premiata per quanto cerca di realizzare anziché essere punita a posteriori. Come sostiene il grande allenatore e formatore Julio Velasco bisogna pensare all’errore come parte del processo di apprendimento anziché come segno di incapacità. 

Mi auguro che ci sarà così tanta voglia di fare e che le opportunità che nasceranno saranno così numerose ed entusiasmanti che si possa anche sbagliare, che si possa fare e rifare, fare meglio, fare di più. Si potrà allora sbagliare, fallire, riprovare, fallire meglio ed imparare la lezione , riprovare e una volta imparata l’Arte del Fallimento iniziare a vincere, ad avere successo. 

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva per il rilancio imprenditoriale, chiedimi come fare per ….  

– Alessio Micheli

“ Com’è difficile restare calmi e indifferenti mente tutti intorno fanno rumore”
– Franco Battiato

La Prospettiva

L’Italia è stata per diversi secoli un po’ come “La Silicon Valley dell’Arte e della Cultura” , considerata da tutti come una fucina di talenti nel mondo, ed ancora oggi vive di rendita del successo delle vicende che l’hanno attraversata nel bene e nel male, e delle diverse imprese, intraprese, e vinte dai propri figli. 

A Giotto viene attribuita la prima gestione moderna degli spazi nell’ambito dell’arte pittorica, successivamente il Brunelleschi avrebbe dato forma all’invenzione della prospettiva lineare messo poi a punto da altri eminenti artisti dei secoli successivi. Nasce così quindi la terza dimensione che, incredibilmente per noi moderni, prima di allora non esisteva, non era stata ancora concepita dalle menti del tempo. 

Mi sono sempre chiesto ed immaginato con la fantasia la scena di come doveva essere la visione di un quadro contenente la prospettiva quando veniva visto per la prima volta. Credo proprio che sia stato un grande stupore, un effetto wow, i neuroni di quei cervelli “prospetticamente vergini” , grazie alla visione di un’opera d’artista, dialogarono in un modo inedito, eccitati così da una nuova via di comprensione del mondo e probabilmente anche di sé stessi generando un nuovo senso delle cose.

Oggi accade qualcosa di simile, ma dalla portata molto inferiore, quando vediamo uno schermo led moderno, magari di quelli curvi di ultima generazione che ci propongono la realtà aumentata.  
Non è però la stessa cosa tuttavia se paragonato al salto che è stato fatto in passato, allora si accendevano nuove lampadine in testa, mentre oggi si cerca di non farle spegnere poiché sono drogate costantemente dagli stimoli continui ai quali ci obbliga la modernità. 

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo non se ne parlava ancora, ma in questi ultimi mesi imperversa il così detto “Metaverso” ovvero la possibilità di accedere ad un’universo parallelo , digitale, che sembra volerci catturare ed inchiodare all’interno di un mondo irreale. Uno dei trend del business di punta ci invita in modo subliminale ad una probabile via di fuga dal momento presente. 
Di fatto ciò offrirà in men che non si dica altre modalità di (nuova) interazione, di lavoro e di relazioni sociali incluse … ed un po’ rattrista. Questa cosa non è però nuova, la prima stagione di questa idea era stata quella, non molto riuscita, di Second Life per chi la conobbe allora. 

Tornando ai nostri Led Wallet tuttavia il paragone visivo ha forse più pertinenza se riportato all’esperienza che abbiamo fatto in tanti già qualche anno fa di “entrare” volontariamente con lo sguardo dentro una stampa lenticolare 3D con disegni sovrapposti. Ricordo ancora quanto fosse innaturale dover – sfocalizzare – con gli occhi a mo di strabismo per poter accedere al disegno celato dalla macchia indistinta di forme e colori che si vedeva in prima battuta. 
Ci è voluto uno sforzo sia muscolare che di apertura mentale ad nuova comprensione di quella altra realtà, ci si è dovuti un po’ arrendere al fatto che ciò che avevamo visto fino a poco prima non era la cosa più interessante, la novità ancora nascosta ai nostri sensi era già lì ma era ignorata a prescinderne poiché non era ancora stato “caricato quel tipo di file” nella nostra mente, che è appunto il software che alberga diffusamente fra le grinze della nostra materia grigia e rosa. 
Suppongo tuttavia che qualcosa di analogo sia accaduto secoli prima alle prime esperienze della pittura in prospettiva, non tutti saranno stati in grado di cogliere subito la novità poiché la loro mente non sapeva cosa cercare tramite gli occhi, solo una volta aperta quella porta interiore, e solo allora, è stato ovvio e bello ciò che prima era irraggiungibile, e con tutta probabilità ciò che prima era ovvio era diventato improvvisamente vecchio ed in qualche modo un po’ più brutto, peggiore. 
Questo, se ci pensiamo, accade sempre quando si ha a che fare con la tecnologia, la novità, le migliorate performance, la comodità di un prodotto o servizio fanno da spartiacque. 
La chiamerò “obsolescenza mentale” non avendo fatto ricerche circa le possibili definizioni, è il meccanismo col quale in un istante si sceglie di faticare di meno in vista di una migliore usabilità, da subito più gradita.  
Da lì diventa sempre una sofferenza tornare indietro, chi lo nega è un romantico.

Basterebbe considerare questo per cogliere come i concetti di futuro ed innovazione sono sempre e comunque disponibili la fuori, nell’universo (e mi auguro poco nel metaverso) oltre la nostra scatola cranica, ciò che ci serve davvero è un po’ di istruzione su come riuscire a vedere aldilà di noi, delle nostre fedeli paure e dei pre-giudizi che sono molti di più di quelli che riusciamo ad addebitarci già noi stessi. 

Il professor Sgarbi, che quando parla di pittura è davvero coinvolgente poiché da critico appassionato ed amante viscerale di questa arte trasuda grande entusiasmo, ricorda spesso come Giotto rappresenti oltre al genio pittorico il primo vero artista moderno poiché pagato per la sua arte in un nuovo senso Imprenditoriale, o da libero professionista se preferite. 
Per la prima volta l’artista veniva infatti considerato non solo come un esecutore che riceveva vitto/alloggio, cioè uno che campa con ciò che fa, ma diventava  invece un vero e proprio imprenditore che fa da se un po’ tutto fra management/personal-branding/sales/cfo/investor manager ecc ecc detto come si usa fare adesso mettendo l’inglese come il prezzemolo per ogni professione. 

L’evoluzione del concetto di artista oggi è rappresentato da Banksy. 
Che sia un singolo individuo oppure un collettivo, al pari di Satoshi Nakamoto, questa figura ci racconta come in precedenza si sentiva il dovere di uscire dall’anonimato, per affermarsi e testimoniare, mentre oggi si protegge se stessi e il proprio messaggio rifugiandosi all’interno di un anonimato. Escluderei per inciso tutto ciò che ha a che fare con gli NFT che a mio parere sono uno strumento di una breve (???) stagione speculativa, molto business ma poca arte (Ndr quindi) .

In questo senso la prospettiva si è davvero capovolta, dal virtuosismo estetico delle forme plastiche si è tornati all’essenzialità della street art in bianco e nero, non è più la forma che prevale sul contenuto ma si ritorna all’essenza poiché la forma è di impiccio, troppo ingombrante.

Abbiamo oggi davvero molti strumenti di supporto tecnologico, in senso elettronico, e tutto ciò vive delle logiche dell’obsolescenza precoce perché la veloce progressione della curva dell’innovazione digitale di nuovi e più performanti ammennicoli ci spinge sempre di più verso una continua ansia da possesso dei migliori strumenti immessi sul mercato per il lavoro e per la vita. 

In passato tendenzialmente le cose erano diverse, i tempi erano più dilatati, i cambiamenti avvenivamo senz’altro anticipati da forti e prolungati segnali … eppure non è del nulla scontato che ciò che rappresentava la novità fosse compreso neppure allora. 
La cosiddetta “inerzia cognitiva” travalica la storia dell’uomo, cambiamo le scale e le misure, aumentano frequenza ed ampiezza dei cambiamenti, ma la storia si ripropone.

Anni fa ebbi modo di avere alcuni incontri di lavoro col Sig. Carlo Vichi, lo storico fondatore del marchio MIVAR, che fu l’azienda italiana leader per la produzione di televisori negli anni ottanta e novanta, e che era nata nel dopoguerra dall’abilità artigianale del suo fondatore di aggiustare apparecchi radio e poi televisivi. 

Vichi osservò e sfruttò la richiesta costante e continua determinata dal periodo di crescita del boom economico e così decise di diventare un imprenditore ed ottenne  un grande successo. 
Tutto però cambiò quando le nuove tecnologie TV delle aziende estere competitor, sopratutto giapponesi, imposero quel cambio di passo al quale MIVAR non era preparata.  
Il racconto del Sig. Carlo infatti finisce con la forte autocritica dell’aver sottovalutato e quindi ignorato il nuovo che avanzava ad un ritmo forse in quel momento imprevedibile. 
In sostanza l’ammissione dell’errore è quello del non aver guardato in prospettiva oltre lo scenario che veniva dato in qualche modo per scontato. 

Così come per MIVAR ci sono altri esempi che sono ancora più celebri per il calibro dei brands, vengono spesso citati quando si parla di innovazione i marchi di Kodak e Blockbuster che ignorarono loro malgrado il potere – disruptive –  dei telefonini poi divenuti smartphone a discapito della fotografia e dei supporti video ed i servizi video del web rimanendo quindi fermi alla stazione …. mentre “Hyperloop” era già partito…

Il Tempo, considerato come fattore e come strumento, è la nuova vera tecnologia con la quale dobbiamo oggi imparare a guardare alle cose in prospettiva. Mi spiego meglio : il tempo è finito, ovvero è stato schiacciato, compresso, dalle tecnologie, ci siamo abituati ad avere tutto subito e ad essere sempre connessi, il rallentamento di qualsiasi processo del fare è ormai sinonimo di incapacità ed inefficienza, la lentezza ci sembra non essere una buona cosa.

La risorsa più grande che quindi vorremmo intimamente avere in fondo in fondo è un maggior tempo, ne vorremmo sempre di più , ed a volte non sappiamo bene per fare che cosa, non ne riconosciamo più il sapore come prima. 
Da tempo per molti il “Tempo”è sempre più uguale, indifferenziato, la percezione che abbiamo è che il tempo non basta mai. 

Il COVID -19 ha rotto (oltre che le scatole) il meccanismo cognitivo di relazione col tempo. Era già prima una relazione precaria, ma adesso abbiamo avuto un grande stop. Se lo abbiamo sfruttato bene è proprio per rivedere le logiche di priorità, ed una delle grandi consapevolezze che abbiamo maturato è che il pianeta intero sia proprio a corto di tempo, c’è una deadline sempre più vicina, molte cose sono da fare e ci sentiamo piuttosto inadeguati, colpevoli ma anche un po’ stanchi e delusi – scusassero lo spleen – .

Perché ?

Stiamo quindi utilizzando il tempo come l’unico strumento per guardare al passato ed al futuro in una logica di vera prospettiva e non ne siamo ancora del tutto capaci, ci sembra di non vedere bene e quindi di non capire proprio come quando abbiamo fatto i primi tentativi di guardare a quella stampa lenticolare in 3D. 

La cosa non riguarda solo gli over quaranta che senz’altro sentono di più il peso di un primo bilancio di vita e sono preoccupati per i propri figli, ed in qualche raro caso anche per i già nati nipoti, questo nuovo sentimento collettivo è un collante che ci tocca tutti, più o meno consapevolmente.

Come ci spiegano gli studiosi di astronomia che hanno a che fare con delle scale di grandezza infinitamente più grandi della nostra idea di tempo, l’intera nostra vita può essere fotografata in un solo frame, come a dire che che ciò che abbiamo già fatto e ciò che faremo in modo più frequente determinerà ciò che verrà immortalato in uno scatto, congelati quindi in quello può essere considerato il nostro carattere distintivo, la nostra qualità, la nostra caratteristica. 

Se ciò vale per un singolo, non cambia molto per un collettivo, e così anche per un periodo temporale. I validi storici sanno tratteggiare già nel presente l’analisi del dopo, tracciano i contorni per una lettura di retrospettiva, usando quindi la – prospettiva del prima – , che spesso si differenzia da quella della vulgata e dei libri di storia.

La prospettiva quindi non può essere altro che cognitiva. 
I cosiddetti bias, che fondamentale sono i driver che guidano la nostra esperienza di vita e traduco per noi il linguaggio dello sconosciuto, cioè sono per noi come google traslate che usiamo per comodità e velocizzazione , ma che molte volte non è in grado di tradurre il vero contenuto dello script che deve tradurre. I file dedicati a questa funzione che sono caricati nelle sue libreria sono troppo rigidi e costringono un linguaggio ad un impoverimento facendone la sintesi. 
Ecco la stessa cosa accade nella nostra mente, che pigra-mente non vorrebbe doversi sforzare più di tanto. 

Se ciò lo applichiamo alla lettura del mondo e degli eventi, scopriamo che la prospettiva cognitiva ci può regalare tesori, tesori cognitivi che fanno la differenza, è una vera e propria magia.

Se abbiamo la famosa resilienza nella nostra cassetta degli attrezzi scopriamo che la realtà è un’altra, e forse già prima era diversa. Senz’altro potrebbe essere un’altra in futuro, “basta” quindi imparare a disegnare secondo l’innovativo uso della prospettiva, ma senza indugi e rimandi. 

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva chiedimi come fare ! 
–  Alessio Micheli 

Alcune delle fonti :

Web e Video : 

Testi :

La Poetica del Vago e dell’Indefinito – di Giacomo Leopardi 
Come funziona il cervello – Ed. Darling Kindersley Limited
La scoperta dell’ombra – di Roberto Casati
Inventare la Mente – di Chris Frith
Silicio – di Federico Faggin

Films :

Il Peccato ; il furore di Michelangelo – di  Andrej Končalovskij
Inception – di Christopher Nolan

Il mondo cambia

Che ci piaccia o no il mondo cambia continuamente, la storia si fa, gli uomini partecipano in modo attivo o passivo a questi eventi.

Per la mia generazione questi pensieri erano frasi fatte nel secolo scorso, per chi nel 2000 aveva fra venti e trent’anni tutto ciò sembrava un refrain di qualche nostalgico pessimista che un po’ più vecchio all’anagrafe viveva dei ricordi di una storia per noi lontana :  i nonni e la guerra, la fame e le ideologie … il tutto un po’ sfumato, abbastanza noioso, e forse poco importante.
Con l’avvento di internet e la globalizzazione al galoppo, la teoria ci suggeriva che le disuguaglianze sul pianeta si stavano assottigliando, i muri erano abbattuti e le regole erano teoriche e logore…eppure qualcosa non quadrava. I molti erano anestetizzati dal benessere che ben-essere non era, mentre altri (pochi forse in proporzione, ma in costante crescita) non sapevano bene il perché ma volevano complicarsi l’esistenza alternativamente fra  le patologie depressive o schizofreniche, oppure sentivano l’impulso interiore che gli raccontava che il mondo andava cambiato, anzi migliorato, che non era giusto, che la forma prevaleva sulla sostanza e che poco più in là nel tempo l’occidente si sarebbe svegliato bruscamente senza avere partorito sufficienti risorse per gestire il vero cambiamento che stava avvenendo…ma per la maggior parte delle persone forse era difficile  e troppo impegnativo capire tutti questi strani comportamenti in quel momento, lo era senz’altro per i governanti che leggendo alcuni dati potevano pensare che le cose andavano bene tutto sommato, c’era l’ – Euforia irrazionale – .
La preoccupazione più diffusa ad un certo punto sembrò essere quella che nella notte a cavallo fra 2o e 3o millennio ci sarebbe potuto essere il cosiddetto “millenium bug” ovvero che tutti i Personal Computers e sopratutto i sistemi di elaborazione dati di enti, delle banche, e delle aziende potessero andare “in palla” per il cambio di contabilizzazione dei numeri non ben previsto per i primi sistemi informatici e per i software … il pericolo però fu scampato e quindi il problema era rinviato e demandato alle profezie Maya, quindi CinCin !!

Non ha poi invece tardato il nuovo millennio a presentare il conto già nei suoi primi momenti, eh si, con il crollo delle Twin Towers il vecchio e semi dormiente occidente ha fatto subito una doccia gelata iniziando a dubitare di se stesso, se infatti l’America non era più al sicuro allora non  lo poteva essere più nessuno, e le reazioni egoistiche che hanno portato via via a destabilizzare i paesi arabi non ha di certo fortificato l’autostima dei popoli che hanno combattuto per la pace e la libertà allungando le braccia verso un pensiero inclusivo, esportare a forza la democrazia non è stato fatto come probabilmente andava fatto, e forse non era così d’obbligo.

Il secondo colpo al cuore è arrivato col fallimento, o per meglio dire con la presa di coscienza del fallimento, del sistema capitalistico attraverso il crollo della Borsa di Wall Street e quindi di buona parte del comparto bancario mondiale per l’effetto domino innescato dal crack di Lehman Brothers & friends …

Più o meno in concomitanza di quel  momento ho iniziato ad interessarmi di politica e di finanza perché guardando a quello che accadeva attorno a me capivo che il sistema non funzionava per nulla e, trovarmi a criticare in modo aprioristico ciò che non si conosce, ritengo sia una delle massime espressioni di ignoranza, nel senso peggiore del termine.

Il mondo comunque ha continuato a zoppicare fra una crisi e l’altra ed i cambiamenti sono stati così tanti, ritengo sostanziali anche se talvolta sotto traccia , i tanti eventi in contemporanea oppure in sequenza si sono presentati e più o meno tutti di grande portata. Non è il caso di farne una sintesi a fette grandi come ho appena fatto con le premesse, sarebbe senz’altro riduttivo e poco utile, ciò che invece vorrei fare, è raccontare un futuro che ho visto nella mia mente rimuginando all’inizio di questo Lockdown italiano. Per alcuni aspetti si tratta di qualcosa che in qualche maniera spero, una sorta di visione ottimistica ed ideale, mentre per altri aspetti purtroppo si tratta di cattivi presentimenti.

Oggi è il 4 Luglio, una data simbolica per gli USA, ma quest’anno sarà piuttosto triste per effetto sia del Covid-19 che delle grandi tensioni sociali che sono scoppiate, li più che altrove, dopo essere maturate come reazione alla miope governance sovranista oltre alle disuguaglianze mai sanate e che oggi arrivano quasi inaspettate.
Funziona così un po’ per tutto di questi tempi : nello stesso momento ci sono crisi ed opportunità, lavoro e problemi, idee e fallimenti, iniziative gloriose e la peggiore cronaca ecc ecc e tutto accade come in un singhiozzo, che prima non c’era poi c’è con il suo ritmo impulsivo e compulsivo per un tempo, poi sparisce … poi ne riparte un altro e via così … fare previsioni è difficile, così come lo è programmare nel medio periodo, eppure diventa ancora più necessario. Nel mentre bisogna abituarsi a correggere il tiro in corsa rimanendo flessibili ed adattabili per poter rientrare in carreggiata il prima possibile verso il proprio obbiettivo, sperando sempre  che esso possa restare lo stesso del momento della partenza. Qui da noi si sono appena conclusi gli “Stati Generali” e sembra che una macro-riflessione stia emergendo, come insieme.

Cosa accadrà quindi in futuro ?
Quale sarà il sestante al quale potremo riferirci ?
Quali strade conviene percorrere e meglio ancora precorrere ?

Credo che i settori più importanti che ne coinvolgeranno molti altri a mo di indotto saranno i seguenti :

GREEN : sarà il motore trainante dell’economia dei prossimi decenni con una quantità di soluzioni oggi impensate ed impensabili. Le infrastrutture pubbliche così come le utilities private dovranno guardare a questo pilastro del modo di fare le attività rivolgendo l’attenzione al pianeta che sta gridando la parola “equilibrio”. La nuova mobilità sostenibile sarà un pilastro del nuovo modello che è al principio di una nuova evoluzione. All’opposto invece i grandi consumi ed i relativi sprechi saranno destinati all’industria aerospaziale che avrà via via un ruolo centrale per le nuove generazioni.

TECNOLOGIA : Quella della mente sopratutto, cioè di una nuova frontiera pervasiva dell’interfaccia uomo e macchina, che andrà quindi a coniugare i due mondi del benessere personale con l’informatizzazione e l’automazione di ogni cosa. Dovremo rivedere i modelli di apprendimento, quindi tutto l’impianto relativo all’insegnamento, che dovranno considerare il “come ragiona una macchina” e dovremo imparare a gestire in modo sempre più efficiente la crescita e la varietà dei dati con i quali dovremo relazionarci.

DIRITTI : Il terzo settore dovrà essere super strutturato per consentire il cambiamento già iniziato, ovvero,  i servizi saranno sempre più a misura d’uomo se la società saprà trovare quelle nuove grandi idee per gestire la collettività che avrà dei repentini cambi di scenario a causa del calo di lavoro e con una diversa necessità di sapere gestire il tempo, il tutto sarà sempre di più monitorato dalle istituzioni. Un esempio in prospettiva sarà la tassazione alla fonte per tutti (Una grandissima sfida per gli Italiani  ) che verrà gestita senza una differenziazione di inquadramento. Ciò però sarà possibile solo con una rivoluzione delle politiche fiscali e con l’introduzione di sistemi informatici allineati.

INFORMAZIONE e SALUTE : Qui si giocherà la grande partita della garanzia delle libertà, sarà una sfida sempre più alta e sempre più complessa poiché già oggi sono i social media a determinare buona parte dell’opinione pubblica. L’informazione, inoltre, sarà a maggior ragione il sinonimo dello stato di salute di una società articolata come quella che si andrà a configurare. La salute vera e propria stessa, tema quotidiano di questi mesi, così come l’informazione libera, determineranno grazie al loro accesso, inedite geometrie sociali, risvolti ed impatti sull’eco sistema delle nuove classi e dei comparti che devono ancora essere rimescolati. I criteri saranno davvero nuovi, innovativi e stravolgenti.

E il LAVORO? Quello sarà sempre meno per come lo conosciamo, lavoreremo meno ore e con minore fatica fisica e psichica, la  fatica sarà più di tipo emotivo nel dover imparare a gestire le attività ma senza una continuità come è stato fino a poco tempo fa. Il cambio di abitudini potrà generare alcuni disturbi in una prima fase, ma col subentro via via delle nuove generazioni esse impareranno nuovi ritmi che assomiglieranno sempre più alla modalità digitale che è in grado di interrompere un qualsiasi compito e poi riprenderlo senza errori in esatta continuità senza dover ripercorrere il passato.
Le insidie maggiori saranno anzitutto di tipo cognitivo, ad esempio, per chi non ha memoria di fatto ha alcuni vantaggi ma ciò può essere molto pericoloso per se e per gli altri a causa dell’assenza di empatia, in sintesi una troppa razionalità a discapito delle parti più sensibili. Sul fronte opposto invece per chi è molto affezionato al passato c’è il rischio di rimanere tagliato fuori nel momento dei cambi epocali, ciò sta già accadendo oggi sia per alcuni anziani sul piano personale, che per le aziende che hanno dovuto volgere obbligatoriamente allo “Smart working”. In entrambe i casi il gap cognitivo di abilità nell’utilizzo delle tecnologie ha già creato dello stress ed ha descritto alcune delle future nuove discriminazioni.
Un’altra riflessione importante deve essere fatta in relazione all’utilizzo dei big data, che, se saranno usati per dei fini poco etici, andranno a creare delle situazioni inedite e spiacevoli, i dati sono importanti ma se male interpretati risultano piuttosto stupidi, vedasi il concetto di rating bancario negli ultimi 15 anni.

Sembrano  scenari che fino a qualche anno fa erano relegati ai soli raconti di fantascienza, ma le cose stanno accelerando e ne vedremo senz’altro tanti altri,  ognuno dei quali conterrà il seme di quello successivo, senza forse tuttavia darci il “giusto” tempo di meditare a sufficienza come insieme. Saremo probabilmente obbligati per così dire nel dover essere adeguati ad ogni novità.

Il mondo quindi cambia, noi possiamo cambiare, anzi dovremo cambiare ed in questi ultimi mesi siamo già di molto cambiati. Ce ne siamo accorti ?
– Alessio Micheli

Ynnovazione

Definizione : “Modificare introducendo elementi di novità, modernizzare“.
Bene! Partiamo proprio da qui per questo breve ragionamento sul tema dell’innovazione.
Ci sono molte parole che vengono abusate con facilità nella vulgata nel mondo del business e della comunicazione ad essa collegato, come ad esempio : sostenibilità, etica, opportunità ecc ecc… e fra queste c’è anche Innovazione.
Innovazione infatti è anzitutto un concetto, che poi diventa un fatto, che nella realtà è piuttosto relativo. Per capirci in modo facile, se decido dal parrucchiere di tingermi un ciuffo di colore verde e non l’ho mai fatto, penso di essere innovativo per l’immagine che ho di me stesso e che fino a quel momento ho trasmesso agli altri, ed è così in effetti, ma ciò non significa che abbia inventato la moda del ciuffo verde che ormai molte altre persone hanno già provato prima di me.
Fin qui non abbiamo forse detto nulla di nuovo (di Innovativo ;-). Quando però si affronta il tema del volere essere innovatore/trice, e magari ci si definisce tale come persona o come azienda, con i propri prodotti e servizi, nasce la necessità di rispondere ad una verifica sul come e perché ciò può essere reale, ovvero più oggettivo.
Innovazione e rinnovamento infatti necessitano di una cornice, di un contesto più ampio nel quale si possa condividere questo modo di considerare ..cosa definisce quindi un’idea innovatrice? ..un prodotto o un servizio innovativo? .. una azienda, una mente? È una domanda dalla difficile sintesi che proverò comunque ad evadere facendo una sorta di profilazione con una schematizzazione che spero possa orientare almeno per una introduzione al tema.

#Innovazione di insieme (deve definire il numero e target di questo insieme)
#Innovazione storica (contiene anche parallelisimi ed adattamenti di applicazioni)
#Innovazione di applicazione (non può contemplare “copia e incolla” di nessun tipo)
#Innovazione di definizione (necessita di tracciabilità e di origine)
#Innovazione di processo (accetta tutte le defezioni di tutti i precedenti concetti ma deve essere inequivocabile)

Ognuno di questi cinque punti contiene delle prerogative con le quali potersi confrontare per poter misurare una propria idea ed iniziativa, non è necessario essere dei guru di un settore e neppure avere grandi competenze per poter essere innovaviti, questo è il grande vantaggio di questo aspetto della mente umana, ciononostante non basta avere avuto un’idea per potersi definire un genio ed ancora meno per fare fruttare questa nuova idea.

Alle aziende e le professioni del futuro già oggi si richiede la continua capacità di essere nuovi, innovativi ed efficaci nelle proprie proposte, ed è questo che le aziende sia di produzione di prodotti che di prestazione di servizi dovranno necessariamente imparare sempre di più a fare propria per distinguersi e presidiare i mercati appena nati e sopratutto quelli che nasceranno nei prossimi decenni. La sfida è davvero avvincente!!

Mi occupo di  consulenza per stimolare la creatività e l’innovazione. Nella pagina Formazione CEX trovi un accenno al corso dedicato per questo tipo di obbiettivo, chiedimi come fare per….
– Alessio Micheli

Volontà & Chiarezza

« Se non dovessimo trovare i soldi per i progetti, ebbene, li stamperemo »
(Robert Mugabe, citato dal Washington Post)

Libri :  

“I Sette Pilastri del Successo” di Stephen R.Covey
“Il Ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wild
“La Domanda Inevasa” di Luca Antonini

Films :  

“7 anime” di Gabriele Muccino
“Unbroken” di Angelina Jolie
“Fight Club” di David Fincher

Musica :  

https://www.youtube.com/watch?v=RruDYGIx1Ak

Commento : Volontà + Chiarezza

La volontà è una spinta incredibile, è una forma di energia che spesso non la si può spiegare, nemmeno la si vuole spiegare, forse non c’è bisogno di spiegarla, è una radice spirituale che governa molti dei nostri destini e che influenza il futuro personale, relazionale e talvolta collettivo. Mi sono interrogato spesso su cosa sia effettivamente e quale sia la qualità di questa cosa, mi sono chiesto se le volontà personali non vengano confuse e molte volte non siano altro che una amplificazione di impulsi o futili riempimenti delle proprie insoddisfazioni. L’unica cosa che mi ha sempre realmente convito è che se la volontà non si connette ad alti valori e ad effetti utili con il maggiore numero di persone attorno a noi, allora questa non è realmente utile ma anzi alla lunga può essere addirittura dannosa. Le banche ogni tanto per risolvere qualche momento di difficoltà decidono di stampare del denaro, e sappiamo che quel denaro probabilmente non é collegato ad una economia reale, non crea reale ricchezza ma è un palliativo che risolve un problema temporaneo, possono magari avere fatto complicati calcoli matematici e grandi compromessi politici, ma in realtà stanno generando ulteriori problemi che prima o poi dovremo risolvere noi, o qualcuno dopo di noi. Quale volontà presiede quindi a questo tipo di scelta? La domanda rimane sempre inevasa ed ognuno ne può dare una propria interpretazione. Tornando a bomba sul tema della volontà invece è importante domandarsi quale cosa sia davvero necessaria, cosa sia imprescindibile, e quale sia la bussola alla quale ci si sta riferendo. Sbagliare anche solo di mezzo grado quando si parte per un cammino, alla lunga, può condurre molto lontano sia dal punto di partenza come anche dal proprio reale obbiettivo. La volontà quindi è il carburante che ci può permettere di andare lontano, di arrivare, di superare gli infiniti ostacoli che si presenteranno lungo il percorso, ci può premiare e soddisfare, ci può illudere e condannare, resta a noi la scelta sul cosa, come, quando lo si vuole. Ciò non basta, serve un orientamento, rimane fondamentale sapere cosa si vuole e perché lo si vuole, ed il satellitare potrebbe non funzionare. In questi anni ho incontrato molti imprenditori, la maggior parte di loro è molto motivata, spesso arrabbiata e con un forte senso di rivalsa personale, ciononostante pochi fra loro sanno davvero perché vogliono ottenere quanto si prefiggono, c’è ancora un senso vago di responsabilità che invece questo momento storico sta urlando nelle orecchie di tutti noi. E se non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire allora è necessario insegnare a sentire, ascoltare, dentro e fuori di se, domandandosi se ciò che si ambisce ha un respiro grande, se ci può condurre più lontano andando oltre ai piccoli e necessari traguardi che ognuno di noi può e deve raggiungere.

Mi occupo di consulenza strategica imprenditoriale, professionale e personale attraverso l’utilizzo di strumenti di conoscenza di se, del mercato così come del proprio potenziale sia personale che aziendale, chiedimi come…. 
– Alessio Micheli

Il Sapere

Libri :

“100 cose che non sai sulla tua mente” di Surendra Verma
“Mito e Sugnificato” di Claude Lévi-Strauss
“Coscienza” di Pietro Perconti

Commento : Sapere i Corrispettivi del Sapere

Povero professionista, ma soprattutto povero consulente! Questa figura professionale, che peraltro personalmente incarno da qualche tempo, è una professione che realmente, almeno qui in Italia, deve ancora “arrivare” definitivamente e deve conquistare il proprio spazio vitale; eppure, essa è così importante per gli anni a venire.

C’è una vecchia cultura, immutata da troppo tempo, che coinvolge le micro, nano e piccole imprese, spesso a conduzione familiare, le quali rappresentano la vera forza trainante del Paese. Tuttavia, iniziano solo ora, all’alba della consapevolezza “post crisi”, a essere finalmente oneste con la realtà, guardandola per ciò che è: un forzato proseguimento di un “percorso di cambiamento” continuo e mutevole.

Senza voler ora fare una seppure doverosa e lunga, lunghissima, considerazione circa l’estrema necessità che hanno tutte queste imprese, e prima ancora tutte queste persone che fanno impresa, di consulenti e di consulenza, voglio raccontare una delle storie più interessanti riguardo alla relazione cliente-consulente. Una storiella che trovo efficace e che, confesso, ogni volta che ci penso o che la racconto, mi offre sempre un certo intimo godimento.

Un tizio (cliente) si trova a dover affrontare un problema con il proprio personal computer e non riesce a risolverlo da solo; si tratta di un rumore infernale, presumibilmente proveniente dalla ventola di raffreddamento. Per non rischiare di compiere mosse azzardate e complicare ulteriormente la situazione, non può fare altro che sfogliare un elenco di nomi e numeri, come ad esempio le Pagine Gialle, alla ricerca di un servizio di riparazione. Trovato un professionista disponibile per un pronto intervento, i due si accordano per luogo e ora di incontro presso il recapito del cliente.

Dopo circa quaranta minuti, suona il campanello: ecco il professionista. Il cliente, soddisfatto della tempestività del servizio, lo accompagna alla scrivania del computer in questione, sperando che non sia nulla di grave. Quel computer è di vitale importanza per la sua attività; oltre a non voler certamente perdere le preziose informazioni salvate, non ha nemmeno molto tempo da perdere, dovendo consegnare un progetto nei giorni seguenti.

Il professionista esamina il problema, apre la cassetta degli attrezzi ed estrae un cacciavite. Il cliente inizia a preoccuparsi un po’. Il professionista è serio, non fa trasparire emozioni e si appresta a rimuovere la scocca esterna della macchina. Dopo averla tolta, verifica ulteriormente la provenienza del rumore, senza nemmeno spegnere il computer; infila il cacciavite nella testa di un paio di viti, gira il cacciavite e … Zzzzz… zhzhzh… hhh… hh.hh… h… il silenzio. Voilà, il problema è risolto! Anche la scatola esterna viene richiusa. Si trattava solo di un allentamento delle viti del supporto della ventola.

Il cliente, che era rimasto col fiato sospeso, riprende ossigeno, sorride, è soddisfatto ed offre un caffè al professionista, che accetta ben volentieri. I due parlano del più e del meno, del tempo e del campionato di calcio; sorseggiano il caffè ed intanto ciascuno di loro pensa già a ciò che dovrà fare appena concluso l’incontro con quel simpatico interlocutore.

Finito il caffè, il professionista prende nota dei dati del cliente e fa presente che invierà via posta, nei giorni a venire, la fattura per il servizio di pronto intervento; lascia una semplice ricevuta di uscita che viene controfirmata dal cliente e via, i due si salutano augurandosi un buon proseguimento di giornata, pronti per rituffarsi nelle proprie attività.

Dopo alcuni giorni, il cliente riceve via posta, come da accordi, la fattura del professionista. Come tutti i clienti, con l’occhio va immediatamente a leggere la scritta in basso a destra, quella relativa al costo totale finale, e inaspettatamente trova scritto: “Totale Finale = 1.000€”! Il cliente è a dir poco furibondo: inizia a camminare su e giù per la stanza e, come un geko in una vasca di smarties, assume progressivamente i colori della bandiera nazionale: prima il bianco, spaventato; poi il rosso, ingenuo; e infine il verde, rabbioso. Senza pensarci due volte, chiama il professionista al cellulare, il quale, come sempre, risponde prontamente. Lamentandosi senza pietà, il cliente incalza: “Lei è un truffatore! Come diavolo si permette di farmi una fattura da mille euro per un paio di viti? Si vergogni! Le ho persino offerto un caffè e lei mi tratta in questo modo? Le faccio causa!” Lo sfogo prosegue così per un paio di minuti, ma il professionista non risponde; attende di poter dire qualcosa. È solo quando cala il silenzio che il cliente si ricompone un attimo e, riprendendo la parola con un atteggiamento un po’ meno sconclusionato, si rivolge al professionista dicendo: “Mi scusi dello sfogo, ma davvero non capisco come lei possa emettere una fattura per un intervento che è durato in tutto cinque minuti e che ha richiesto l’utilizzo di un banale cacciavite!”

Il professionista, comprendendo che finalmente può prendere parola, replica in modo serafico: “Ha letto le voci di costo?” Il cliente, un po’ confuso e disorientato dalla domanda e dai toni calmi del proprio interlocutore, si avvicina alla scrivania e riprende in mano la fattura che prima aveva lanciato lontano con un gesto secco. Riparte a leggere dal basso, dal prezzo finale, e pensa tra sé e sé: “Caspita, il tono del professionista è così rilassato che non vorrei mai aver letto male. Magari non ho visto la virgola… ma dai, sono uno stupido…” Macché, il conto indica ancora 1.000€! Alza lo sguardo verso le voci di costo, così come gli è stato appena suggerito, ed ecco la spiegazione:

Prima riga: Costo relativo a intervento manuale con cacciavite = 1€
Seconda riga: Costo relativo al sapere quali viti girare = 999€!

Adoro questo finale, e voi? Di cosa sto parlando? Ovviamente del cosiddetto Know-How, ovvero il sapere, il sapere come fare, il prezzo del sapere e il prezzo dello sforzo di procurarsi il sapere, e del volerlo condividere, portando vantaggi ad altri. Sono tutti e tre passaggi distinti e differenti, seppure legati, che ancora troppo spesso non vengono considerati. Si danno per scontati.

Come la luce elettrica o l’acqua in una casa, ci sembra ovvio che debbano esserci poiché le cose funzionano così; eppure, anche questi sono servizi per i quali paghiamo cifre più o meno stabili, e alla lunga sempre più in rincaro.

Ma se facciamo qualche passo indietro a ricordare come sia potuto succedere che oggi sia davvero possibile, non dovremmo sottovalutare il fatto che sono passati, in fondo, davvero pochi anni dalla vita dei tanti Ragazzi della via Gluck.

C’è stato bisogno di un costo che qualcuno ha voluto affrontare; quel qualcuno che, magari, poteva e doveva decidere anche per noi, o chi prima di noi ne vedeva i vantaggi. Questo qualcuno ha dovuto sapere cosa e come fare, e gli è costato fatica, magari denaro guadagnato dalle proprie o dalle altrui fatiche. Qualcuno ha dovuto viaggiare, studiare, provare e inventare, e una volta capito, ha voluto condividere tutto questo. Non era scontato che accadesse. C’è stata una volontà; è stato chiesto ad altri di condividere un costo per condividere un vantaggio: il vantaggio che quel qualcuno ha visto prima, poiché è andato ad incontrare quel vantaggio.

Il racconto di quanto aveva capito, e confermato prima di tutto a se stesso, ha poi convinto qualcun altro che ciò poteva essere utile e importante. È andato sempre tutto bene? Neanche a parlarne! Si sono sempre fatti molti errori e, con quei molti errori, si sono trovati correttivi e soluzioni, poiché ormai l’obiettivo era stato fissato.

Anche oggi, tutto questo, e ancor di più tutto il resto, ha un costo.
 Oggi, migliorare e cambiare richiede un nuovo sforzo: sappiamo già tutto, e lo sappiamo un po’ male. Sappiamo che si può cambiare, sì, in teoria; sappiamo che si può sapere, anzi, crediamo già di sapere.
 Ricordo che molti anni fa, in uno di quei discorsi tra giovani amici in cui ci si chiede a vicenda: “Tu, qual è la cosa che vorresti davvero?”, la risposta di un amico presente fu: “Vorrei sapere tutto e non dire niente a nessuno!”. Rimasi davvero colpito e un po’ urtato da quella dichiarazione (all’epoca non ero né un consulente né un imprenditore), tanto da ricordarmene ancora oggi.
 Quell’amico aveva già compreso il potere del sapere e non era disposto, una volta raggiunto, a condividerlo. Quello che, però, questa persona non aveva forse capito di se stessa è che probabilmente sarebbe potuta diventare un’ottima commerciale o magari un buon insegnante… già! Poiché un buon insegnante, in realtà, insegna un’unica cosa: che il sapere bisogna conquistarselo e pagarlo a caro prezzo. Non va regalato, perché andrebbe sprecato e ce n’è così poco da non poterselo permettere. A buon intenditor…

Mi occupo di consulenza per ì macro temi di Innovazione, Energia, Efficienza, Sostenibilità…. 
– Alessio Micheli

Green Jobs for the Future

Libri : “Intelligenza Ecologica” di Daniel Goleman

Web :

https://it.wikipedia.org/wiki/Life_Cycle_Assessment
http://www.lifegate.it/persone/news/lca_life_cycle_assessment
http://www.etichettaambientale.it/lca.html
http://www.to-be.it/
http://www.lastampa.it/2017/10/02/economia/lauto-elettrica-unarma-a-doppio-taglio-pTUPYfMmfGOYoBqcOXZTSO/pagina.html

Commento :

Ottobre, nel mese delle foglie parliamo un po’ di ambiente 

Non è possibile alcun serio intervento in direzione della salvaguardia dell’ambiente finché non realizzeremo un lavoro di coordinamento e di scambio di dati in una reale ottica di condivisione per la sostenibilità generale. Cosa significa? Significa, ad esempio, che se fossi un commerciale impegnato a proporre un impianto fotovoltaico da 3 kW a una famiglia, potrei dire: “Sono entusiasta del lavoro che svolgo, sono ben retribuito e contribuisco a salvaguardare il pianeta educando i cittadini a una cultura green.” Questa è la teoria, il sogno; poi c’è la pratica, la cruda realtà. Dovrei anzitutto chiedermi:

L’azienda per la quale lavoro è sostenibile?
Paga le tasse e i contributi? In Italia o altrove?
Paga i fornitori, gli installatori e i commerciali?
I prodotti che vende (es. pannelli e inverter) dove vengono prodotti? Quali economie sostengono?
In che modalità energetica sono stati prodotti?
Utilizzano componenti riconvertibili?
Le aziende che li producono sono esse stesse sostenibili?
Se per la parte informatica si appoggiano a dei server, sono anch’essi efficienti dal punto di vista energetico?
Quanti chilometri hanno percorso questi materiali prima di essere installati sul tetto del mio cliente?
I tecnici e gli installatori dell’azienda con cui lavoro, che tipo di veicoli utilizzano? Sono alimentati a energia fossile o rinnovabile?
Ed io cosa utilizzo?
Tra me e i tecnici, quanti chilometri percorriamo, quindi quanti litri di carburante consumiamo, e quale quantità di inquinamento produciamo mentre svolgiamo il nostro amato Green Job?
I titolari dell’azienda con cui collaboro quale stile di vita adottano privatamente? Sono davvero orientati verso il green?
L’azienda fa parte di un gruppo politico o è indipendente? Lo dichiara? In che modo?
Nel primo caso, quale politica energetica, qualora ne avesse una, persegue il ramo politico che essa rappresenta?
Questa fazione ha già dimostrato nel tempo di perseguire i miei stessi obiettivi ambientalistici? Quali e quanti?

In sintesi, qual è la carbon footprint (impronta carbonica) della mia azienda?
E quindi, qual è la mia impronta? Sono davvero green?

Ecco un esempio di LCSA, che rappresenta una personale interpretazione di LCA integrato (la “S” indica la sostenibilità in senso ampio e omnicomprensivo), con ulteriori considerazioni che ne aumentano il potenziale, poiché coinvolgono aspetti aggiuntivi del fare, restituendo a quest’azione maggiore coerenza, dignità e valore.
Se il consulente commerciale di questo esempio riuscisse a rispondere in modo propositivo a tutte queste domande e trasferisse questi concetti al proprio cliente, allora inizieremmo a fare sul serio. Tutte le altre dinamiche che non considerano l’insieme di questi e di altri aspetti sono ancora solo idee e speranze, probabilmente con le migliori intenzioni, ma non sufficientemente utili a realizzare ciò che esse stesse promuovono e a fare la differenza.  

Mi occupo di consulenza in ambito energetico e riduzione dei costi aziendali in sostenibilità finanziaria e fiscale, chiedimi come fare per  
– Alessio Micheli