Il suo nome è Robert Paulson

“ Il suo nome è Robert Paulson “ è la battuta tratta dalla penna di Chuck Palahniuk nel libro Fight Club, diventato poi un film cult, che racchiude in sé molte riflessioni e metafore che ruotano attorno al tema della coerenza (questa sconosciuta!), e dei pericolosi cambi di paradigma quando le attività di valutazione passano dal singolo al collettivo, o forse sarebbe meglio in alcuni casi parlare di branco. 

Per capire tutto questo ovviamente è necessario almeno vedere il film, ma proverò a snocciolare in grande sintesi cosa penso. Nel corso della storia raccontata, un gruppo di persone aggregate attorno al loro leader Jack(?)/Tyler, una persona dotata di buona creatività ma con qualche problema di identità, quella che qualcuno chiamerebbe disturbo bipolare, si trova nella scomoda situazione di dover prendere atto di avere fatto una cazzata che è costata la vita (qui metafora) a Bob , un amico di sedute di terapia collettiva del leader del gruppo, che era diventato un membro del cosiddetto “Fight Club” e che viene successivamente arruolato nell’evoluzione degenerata e sovversiva del club divenuto “Progetto Mayhem”. Di fronte alla presa di coscienza collettiva che durante una delle azioni degli attivisti del progetto un membro ci ha lasciato le penne, ed alla falsa sofferenza dello stesso protagonista leader, più preoccupato delle conseguenze pratiche e potenzialmente virali che andrebbero ad inabilitare il potenziale del progetto ; ecco che l’evento della morte di Bob diventa un buon pretesto di mistificazione e di glorificazione da celebrare. Nominarne quindi nome e cognome, anziché il diminutivo Bob è metafora che corrisponde all’attribuirgli un valore vero solo ora, riconoscendogli la  reale identità. È l’unico modo per dargli gloria, soltanto post mortem, poiché il proprio ego non lo consentiva prima, magari anche in considerazione di alcuni difetti legati alla forma, e forse anche perché il soprannome serviva benissimo ad una attività non del tutto raccontabile. Il soprannome era adatto alla complicità all’interno del progetto, ma non era mai stata una piena attribuzione di valore fino ad allora. 

Non conosco le intenzioni vere di Palahniuk nella stesura del libro, ma a me questo passaggio del racconto ha ricordato molto quanto fatto dai nazisti quando decisero di usare come pretesto l’episodio controverso dell’attentato condotto il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan ai danni del diplomatico tedesco Ernst Eduard com Rath per scatenare nei giorni successivi l’odioso evento spartiacque e delirante dei “Pogrom del novembre 1938” poi rinominato “Notte dei cristalli del Reich”. É un espediente usato più volte nella storia dei popoli, sembra ci sia un vero e proprio metodo di lavoro propagandistico codificato. Proprio così, un’idea mal riposta sommata a oscure intenzioni, quando trova un nuovo nome strumentale genera sempre una licenza nefasta, consente diciamo così di poter collocare al posto “giusto” i bassi istinti con la scusa di avergli trovato  una nuova e funzionale etichetta. Dare un nuovo nome in questi casi quindi serve a giustificare qualcosa, ad avvallare qualcosa che prima non si poteva dire o fare, e non di rado questa cosa corrisponde ad una “verità” tenuta fino a quel momento nascosta, agli altri senz’altro, ma spesso anche a se stessi. 

Perché è importante considerare queste dinamiche ? Perché è chiaramente utile mettere in evidenza le proprie e le altrui incoerenze al setaccio del buon senso affinché si possa evitare di “farsi dei film sbagliati”, che spesso e volentieri non sono altro che proiezioni esteriori delle proprie sofferenze e mancanze interiori. Quando non siamo in grado di gestire delle situazioni siamo tutti facilmente portati ad additare gli altri, ci costa una maledetta fatica dirci che abbiamo sbagliato, che siano noi la causa unica e sola della nostra condizione, e talvolta può effettivamente non essere così , ciononostante il giudice interiore o dei nostri prossimi, vero o imaginarlo che esso sia, ci sembra un macigno insormontabile. Preferiamo quindi la via breve dello scarico di  questi pesi inventando le più becere teorie, diventiamo meglio di Steven Spielberg (che ironia semita) con tanto di colonna sonora a corredo. 

Ho vissuto direttamente diverse esperienze, anche di recente, nelle quali mi sono ritrovato ad essere alternativamente Robert Paulson, oppure solo un gregario partecipante al fight club di turno. Ovviamente non potrò qui ammettere di essere stato mai stato un Jack/Tyler.
Tempo fa durante una convention aziendale di inizio anno vissi un istantaneo “insight” che mi fece tremare li per li, capii improvvisamente di trovarmi in un contesto maldestramente gestito dove i valori nei quali credevo e per i quali avevo aderito a quel progetto di business, erano stati abilmente sostituiti dal mero ritorno economico come unico faro. Mi resi conto chiaramente che i miei sforzi andavano in realtà a nutrire solo e solamente l’ego ed il portafogli di chi presiedeva alla dirigenza di quel progetto ma che viceversa raccontava come gli sforzi andassero ad aiutare le aziende clienti ed in modo indiretto la crescita professionale ed economica di chi assieme a me diffondeva il “verbo”.  Subito dopo la mia presa di coscienza mi venne in soccorso il fulgido esempio di Claus Schenk von Stauffenberg. Se non sapete di cosa parlo troverete fra le fonti ispiratrici di questo articolo la riposta migliore.

Quanto è difficile essere realmente etici e coerenti ? Molto, moltissimo, sopratutto quando le cose non girano nel modo migliore, eppure è solo in quel preciso momento che puoi scoprire dove sono i valori, se ci sono, e se ci sono mai stati. Accade infatti che in quei momenti le cose cambiano, a volte in modo inaspettato, ciò che sembrava sinergico non lo è più e magari invece ciò che prima era distante stranamente si avvicina, solo rimanendo lucido puoi renderti conto di chi è davvero con te, chi lo è sempre stato e chi meno., serve tuttavia una reale apertura mentale ed emotiva per sorpassare gli sgambetti degli istinti e delle sub-emozioni che offuscano la mente.

Citando un altro film “Arriva un punto, molto estremo, in cui le strutture ti abbandonano e le regole non sono più un’arma, sono catene che imprigionano te ma non un criminale. Un giorno forse affronterai un simile momento di crisi. In quel momento spero che tu abbia un amico come l’ho avuto io, che affondi le sue mani nel fango in modo che le tue possano restare pulite!” . Chi parla è il commissario Gym Gordon e parla di Batman cioè di quell’eroe che non ha bisogno di sembrare tale , anzi schiva quella gloria pubblica a vantaggio del bene comune. La situazione in quella fase del film racconta come solo se si conoscono bene i fatti e le sfumature si è in grado di capire, mentre Gordon conosce bene tutti gli eventi, la popolazione di Ghotam City conosce un racconto differente, incompleto. Batman viene bollato come un criminale e, come è facile intuire, le malelingue battono il tamburo senza curarsi molto dei contenuti veri poiché le dinamiche del gruppo sono sempre portate alla semplificazione.  

L’ amico psicologo Claudio Luraschi postava oggi sui social una riflessione sul fatto che non è possibile rimanere se stessi all’interno di un gruppo di lavoro, di un team, poiché quando siamo coinvolti in una relazione sociale siamo diversi da come siamo normalmente in contesti personali. Citando a sua volta lo psicologo William McDougall, nel suo breve post Claudio spiega che  da una parte quando siamo in un contesto collettivo espandiamo il nostro vissuto emotivo, ma dall’altra come dazio diminuiamo il coinvolgimento cognitivo (ovvero siamo un po’ più stupidi NdR).

Ciò mi riporta ad un’altra considerazione che faccio sempre quando ascolto notizie di cronaca che hanno a che fare con problemi di disordine pubblico (vedi scontri fra tifoserie allo stadio, o manifestazioni di piazza che diventano atti vandalici, ed allo stesso modo la soppressione troppo violenta da parte delle forze dell’ordine di alcune di queste anche quando sono pacifiche, o peggio ancora quando un gruppo di maschi arriva a compiere violenze su una singola donna). Mi chiedo sempre come sia possibile che persone ritenute equilibrate, insospettabili, arrivino poi a tanto quando sono immerse in un altro contesto collettivo. Cio che ho capito sin dalla giovinezza, e che viene confermato dal post qui sopra, è che realmente la scala delle regole di relazione si sposta senza che il singolo se ne renda conto, e se per caso se ne rendesse conto non è sempre in grado di rispondere alle proprie istanze interiori poiché il contenitore più grande del gruppo sembra dovere assorbire e prevalere sul focus individuale.

Tornando a noi, questa mia dissertazione serve qui a stimolare all’osservazione delle dinamiche di gruppo nel contesto del lavoro.
Facciamo più attenzione a tutti i Robert Paulson che siamo e che incontriamo.

Mi occupo di consulenza per lo sviluppo e la gestione delle organizzazioni e dei reparti commerciali, chiedimi come fare per …. 

– Alessio Micheli

Alcune delle Fonti :

Musica e Scritti

Articolo di Luca Fontana su https://www.digitec.ch
Testo della canzone “Bandiera Bianca” di Franco Battiato
Post di Caludio Luraschi su LinkedIn 
Libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk 
Testo della canzone “Barabba” di Lorenzo Giovanotti
Libri : “B/REL” (La trilogia inedita) di Ale Seven
Libro : “Simulacri e Simulazione” di Jean Brillard (che devo ancora leggere 🙂

Films

“Fight Club” , di David Fincher 
“Batman” (la trilogia) , di Cristopher Nolan
“Arancia Meccanica” , di Stanley Kubrick
“Operazione Valchiria” , di Brian Singer


La Visione Sistemica di Insieme

Più persone raggruppate a caso fra categorie di sesso, età, etnia, stato sociale, provenienza geografica ecc ecc se messe di fronte alla situazione di guardare la stessa immagine, lo stesso panorama, la stessa persona … altro … alla domanda “cosa vedi ? “ risponderebbero molto probabilmente in modo del tutto differente.
Anche quando dovessero rispondere “in che senso ? ” , ovvero chiedendo di specificare meglio la richiesta alla quale in modo un po’ evasivo gli si rispondesse “descrivi ciò che vedi “ beh, il risultato sarebbe sempre e comunque simile, cioè della diversità di osservazione. 

Ognuna di quelle persone adotterebbe il proprio “filtro di priorità” per offrire la propria descrizione, oppure il proprio livello di precisione, di ampiezza della comprensione interiore di quel concetto, ciò in funzione di una serie di variabili miste fra il doversi misurare/giustificare con la domanda, o magari per l’imbarazzo di non volersi sentire inadeguati.

Se ad esempio in questo momento siete in spiaggia e volete fare l’esperimento, vi sarà abbastanza facile reperire delle persone ed avere un panorama suggestivo, più o meno affollato, sono certo che sarà divertente fare questo gioco. 

Senza entrare nei dettagli delle infinite risposte possibili, brutalizzerò l’analisi  delle risposte in due macro categorie : 
A) quelli della visione del particolare   /   B) quelli della visione di insieme

A : Sono quelle persone che se hanno davanti a se un insieme di palline nere assieme ad una sola rossa vedranno subito la differenza, si concentreranno solo su quella, faranno ragionamenti interessanti ed articolati che guarderanno più al perché l’unica pallina è rossa senza tuttavia interessarsi al fatto che l’insieme risulta sostanzialmente composto da palline nere. Sono persone che si incaponiscono nel pensare che “la regola” non serve, è sempre una forzatura, poiché ci sono sempre delle variabili. Spesso queste persone pensano molto alla propria percezione e viaggiano “per esclusione” quindi non si ritengono parte di un meccanismo.

B : Queste altre persone sono persone che talvolta sono, e più probabilmente sembrano, un po’ imprecisi nel loro primo giudizio, vedono l’insieme delle palline nere ma non si interessano subito della pallina rossa, talvolta la ignorano del tutto considerandola un fastidio. La loro capacità è quella di una visione dall’alto, si vedono osservatori immersi ma ciononostante esterni del meccanismo che guardano nella sua interezza e cercano di orientarne gli sviluppi se la cosa li riguarda circa la responsabilità che si attribuiscono. Spesso si accontentano solo di godere del panorama percependosi un piccolo ingranaggio in un grande meccanismo ragionando più  “per inclusione”.

La  differenza comporta dei ragionamenti diversi che determinano diversi comportamenti di fronte alla stessa situazione. Chi sei tu, A o B ? La premessa fatta era che questo esercizio è un po’ una forzatura. Perché farlo ? Perché ritengo che in questi tempi moderni bisogna essere A+B , ovvero bisogna anzitutto avere la capacità  di vedere l’intero quadro nel quale ci si muove, e tuttavia è fondamentale sapere verticalizzare focalizzandoci sul singolo dettaglio che talvolta, in un mondo iper-connesso, determina tutto il resto in una dinamica  ad “affetto domino”.

Sapete perché accade ? Accade perché le stratificazioni sottili delle connessioni fanno si che ci stiamo metaforicamente spostando dalla meccanica all’elettronica o se preferite alla meccanica quantistica. In passato un ingranaggio di un’automobile poteva rompersi, aprivi il cofano cercavi un ricambio e sistemavi il tutto, oggi se rimani a piedi o sei un ingegnere elettronico oppure sei fregato, se un sensore non funziona bene l’automobile non parte più …ma magari ti ha salvato la vita. Non troppo tempo fa giravamo col pericolo costante di finire in un fosso oppure di saltare in aria. Esagero ? Non credo molto, semplicemente avevamo meno “coscienza” e meno tecnologia. Io non ho mai avuto l’obbligo di usare il casco per poter girare in motorino, e l’ho scampata bella quando una mattina di Maggio di circa trent’anni fa una signora ha pensato di ignorare uno stop.

Quello che studio sul campo da molti anni, incontrando imprenditori di diversa estrazione e tipologia, mi ha fatto capire che la maggior parte di questi non conosce la differenza fra essere un imprenditorie ed essere un artigiano. Sono entrambi da stimare ma, se è vero che l’artigianalità racconta di sé i grandi sacrifici dei quali la collettività beneficia, l’imprenditoria più pura spiega che la connessione con tutto il resto necessita di una attenzione spasmodica per stare al passo con gli scenari che mutano. I due mondi sono spessissimo collegati fra loro in logica di filiera, eppure hanno esigenze che non coincidono a meno che non adottino entrambi una : Visione Sistemica di Insieme.
Questa visione sistemica deve includere gli obblighi del tempo : etici e morali, di genere, sociali, ambientali, culturali, strategici, digitali, geo-politici, energetici, finanziari, generazionali … e probabilmente qualche altro spicchio del frutto del peccato originale che hanno deciso di mangiare, cioè il volere “fare di più”.

Il web non ha fatto altro che amplificare e velocizzare i processi già in corso. Cercando infatti di vedere prima (pre-vedere) gli scenari ai quali si va incontro, soddisfare  il bisogno conoscere in tempo reale informazioni e meta-dati oltre che previsioni fatte da algoritmi ed intelligenze nuove, tutto ciò fa prendere scelte differenti poiché la comprensione viene modificata. Altrettanto tuttavia fanno anche altri, in fine ciò può determinare una logica schizofrenica che, dalla razionalità sposta verso scelte inadeguate, dettate dallo stress e dalle paure anziché dalla ipotizzata programmazione.

La visione sistemica e di insieme, lo spiega  la stessa definizione, è un processo cognitivo di inclusione che guarda all’insieme, e lo fa in una ottica di sistema, ovvero che nutre e viene nutrita dalla capacità di relazionarsi con attori ed esigenze molto diverse tra loro.  È un po’ come il dovere essere in grado di parlare lingue diverse, con diversi interlocutori, durante una riunione nella quale ognuno ha fretta di dire la propria e vuole essere ascoltato per il proprio impellente e personalissimo bisogno che deve risolvere quanto prima.

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva, chiedimi come fare per ….

– Alessio Micheli


Lo Spirito del Business

La Spinta / Lo Spirito di Conquista / La Ricerca dello Spirito

È da molto tempo ormai che diverse persone, alcune di queste presenti spesso in TV, ed ormai sempre più spesso sul Web e nei Social, in qualità di professionisti autorevoli come scrittori, professori, sociologi, antropologi, managers, giornalisti, opinionisti, influencer…ed diverse altre categorie che si confondono fra loro nei vari ruoli…, fra coloro che contemplano la parola “spirito” associata ad una cognizione di valore, tutti quanti descrivono questa epoca come una zona d’ombra della storia umana e che ciò deriva da un vuoto di valori, a volte puntando il dito indice – di Caravaggesca suggestione – verso il capitalismo nel suo insieme o più indistintamente verso l’interesse prioritario per il denaro, di un profitto a svantaggio di altri e lontano da più alti valori morali.
Per molti aspetti ciò è incontestabile e davvero oggi si sente e si legge ormai quotidianamente di fatti come abusi e soprusi a discapito di categorie deboli, o comunque più deboli di chi esercita in qualche modo un potere oltre i limiti del lecito, e senz’altro oltre quelli del buon senso.
Personalmente tuttavia non credo che ciò che accade oggi sia diverso da ciò che accadeva ieri, ciò che è cambiato invece è la possibilità di una conoscenza diretta di quanto accade. La rete infatti ci rende oggi partecipi in tempo reale di cose delle quali prima ignoravamo l’esistenza o per meglio dire la frequenza. Ci stiamo semplicemente scoprendo (anche come insieme) meno perfetti, meno ideali per come volevamo essere e come forse ci avrebbero voluto. La rete è una lente di ingrandimento, con tanto di faro acceso, su tutto ciò che attira la nostra attenzione.
Va quindi meglio stabilito cosa è più meritevole di attenzione anziché rassegnarsi all’idea che tutto va peggio e che siamo peggiori o peggiorati.
Credo inoltre che la riduzione semplificata del bipolarismo fra Buoni&Cattivi / Giusto&Sbagliato / Dio&Denaro e via così, non sia altro che una fotografia reale della realtà, solo che si tratta di realtà aumentata, aumentata dalla tinte forti di alcuni modi di fare notizia, in generale di comunicazione, e del  corredo dei commenti di chiunque abbia a disposizione un account in qualche piazza virtuale.

Amo il giornalismo di inchiesta ed ho seguito con una certa attenzione alcuni dei cosiddetti scandali che stanno segnando, ad esempio, la nostrana e millenaria istituzione della fede ed è chiaro che un vento di cambiamento sta ormai soffiando e dovrà soffiare per rinnovare le sue basi dalle fondamenta. Potrebbe essere già tardi per recuperare il consenso perduto in questo tempo moderno, ma ciò non dovrebbe preoccuparci più del dovuto. Rileggendo la storia dovremmo già sapere che nel medio e lungo periodo tutto è destinato a mutare, e che gli eventi e la storia stessa sono dei contenitori più grandi delle singole esperienze personali.
Quando crediamo infatti ad esempio che abbiamo dei problemi o delle soluzioni, piccole o grandi che siano, esse sono davvero importanti solo quando coinvolgono una collettività e quando ciò ha un effetto per un tempo lungo, quando quindi ciò è epocale e sostanziale.
La forma è temporanea ma ciò che è importante resta, il contenuto si adatta o semplicemente svolge la sua funzione in quel preciso momento dopodiché va ricollocato e riqualificato, se è vero valore.

Questa lunga premessa è il filtro attraverso il quale mi piace parlare di Business, che in Italiano significa Affare, e che la Treccani ci ricorda al primo punto che significa “cosa da farsi”, per ragionare di come Affari e Spirito si sovrappongono quasi sempre anche se possono confonderci le idee nella loro manifestazione.
Si, per fare business serve avere lo spirito, a volte un grande spirito, anzitutto di iniziativa, è necessaria una volontà che ci muove sia per soddisfare i più semplici istinti di sopravvivenza, e ciò a a che fare con onorare la vita e custodirla, per migliorarla per noi e per gli altri, così come per soddisfare la fame di conquista di nuovi traguardi, di ingaggiare sfide sempre maggiori e più inclusive, di relazione con gli altri quindi, ma anche di ispirarsi con una capacità di visione sempre più grande e lungimirante ed avere il coraggio di orientare le proprie risorse interiori oltre il limite del conosciuto, sopratutto da noi stessi.

La “cosa da farsi” oggi più che mai ha a che fare con il coinvolgere gli altri, quegli altri che sono e saranno sempre più importanti nella società moderna purché noi scendiamo a compromessi con la capacità di trovare una convivenza fra questo stimolo interiore al pari di quello degli altri. Questo potrebbe non coincidere subito, prima di capirsi bisogna di fatto accettarsi reciprocamente, e ciò non è per nulla scontato poiché l’individualismo verso il quale siamo ormai da tempo stati orientati spesso ci impedisce una reale apertura inclusiva verso l’altro da noi.
Forse il punto centrale è proprio questo. Quando si parla di spirito, se può essere vero che un/a uomo/donna spirituale può essere “altissimo”, “venerabile” e ancora “sublime” ecc ecc, mettiamoci pure qualsiasi epiteto che può suggestionarci nel nostro bisogno di trovare il sacro, non ci deve tuttavia sfuggire che lo spirito si diffonde in modo incontenibile attorno a se, non lo si può imbrigliare in una forma e quindi dei suoi benefici se ne deve poter leggere chiaramente un segno tangibile e riconoscibile.

La “ricchezza” deve evidenziarsi sopratutto se consideriamo l’assunto che – prodigo in spirito significa più evoluto – e quindi – più consapevole, più oculato nella gestione nel medio e lungo tempo, quindi in ultimo anche più “ricco” economicamente – . Allo stesso modo quindi la relazione di spirito, nello spirito giusto , con la persona di spirito, deve necessariamente passare al vaglio dello stesso criterio di pesatura. Se ciò non accade, se si tratta invece solo di un trasferimento di ricchezza concreta da chi la cerca verso chi ne parla, beh allora è bene attivare le sinapsi e domandarsi se quella relazione instauratasi è davvero sostenibile, oppure se è diventata, e magari è sempre stata, tossica.

Proprio così, una relazione è tossica quando non è bilanciata, quando gli effetti di essa non sono più utili ad un miglioramento reciproco. Non può esistere una vera intelligenza se gli effetti di uno sforzo dopo un tempo non generano frutti in ambo le direzioni, si tratta infatti solo di tempo prima che ciò che accada sarà una sicura interruzione di quella relazione, o in alternativa un’altra forma di mutazione della stessa ma che guarda ai principi di sostenibilità e reciprocità.  Deve quindi manifestarsi una sorta di cash-back per dirla in modo moderno, poiché l’amore incondizionato è una convinzione interiore ed ha a che fare con la bellezza, la bellezza dello spirito. Del resto, non tutto è bello in eguale modo, e soprattutto non nello stesso momento. La relazione che si instaura fra due soggetti, se per un tempo è un po’ una conquista dell’altro, quando poi non matura e non arriva ad un livello di circolarità, se cioè essa non ripropone se stessa in una nuova lettura, allora cambia inevitabilmente la sua forma con il rischio di diventare una recriminazione, a volte addirittura una negazione e forse un conflitto.

Per essere più pratici basta fare un esempio che ci riguarda tutti : l’essere umano è in relazione col pianeta e sembra che abbia smarrito da diverso tempo la bussola con la quale guardare all’insieme, siamo in ritardo nelle scelte sostenibili ed i calcoli macroscopici fatti dagli esperti un po’ ovunque ci raccontano di un futuro grigio se non interverremo subito ed in modo efficace. Lo spirito di conquista dell’uomo non ha tenuto abbastanza conto della relazione con l’ecosistema, la relazione è quindi diventata un po’ tossica, ci siamo in qualche modo allontanati da madre terra, cioè, noi come specie umana siamo un elemento tossico per il sistema globale, siamo invasivi, pervasivi,  e probabilmente il sistema se ne è accorto e forse sta prendendo dei provvedimenti … chi può escludere a priori che gli ultimi accadimenti pandemici non hanno una relazione diretta con questi fatti ? La riflessione è d’obbligo e si sta trasformando in una nuova presa di coscienza.

Ho da sempre il piglio di guardare al futuro,  e qualche lustro addietro ho cercato di immaginarmi le nuove religioni che sarebbero nate per sostituire quelle del presente. Pensate a cosa accadde quando l’impero romano, per lo più ancora pagano, decise di adottare il cristianesimo, che ormai aveva attecchito a Roma, con tutte le complicate dinamiche che nacquero dall’arrivo di una nuova religione di stato ed al contempo delle affascinanti ibridazioni che ciò fece nascere. Un esempio a me caro è il culto di S. Lucia che è una trasposizione del culto del sole, o per meglio dire della Luce, attraverso una delle tante vicende di martirio e che spesso hanno tinte fosche e truculente.

Accadrà qualcosa di simile anche nel prossimo futuro. Quali religioni nasceranno dunque? Credo che nel tempo avremo due religioni globali e per certi aspetti contrapposte : Ecologia e Tecnologia. I due primi sommi sacerdoti di oggi “S. Elon” e “Santa Greta” stanno già facendo molti proseliti, il solco è già tracciato.

Ci sarà una sempre maggiore attenzione verso la salvaguardia del pianeta e ciò scatenerà dei conflitti economici e finanziari di grande impatto, non si guarderà infatti più solo agli interessi immediati del profitto ma si terranno sempre di più in considerazione anche le conseguenze che ogni iniziativa porterà con se a vari livelli. Si stanno già riscrivendo le regole oggi, in questo momento così particolare nella nostra sensibilità, dobbiamo auspicare che avremo la corretta lungimiranza e capacità prospettica di visione quanto più ampia. La partita è davvero centrale per noi e per chi dopo di noi.

Allo stesso tempo, la progressiva robotizzazione cercherà di sostituire in tutto il lavoro dell’uomo, ed in questa logica l’uomo dovrà reinventare il proprio ruolo, considerando il rischio di una perdita di coscienza della relazione di causa ed effetto. Cosa significa? Significa che la facile tentazione di demandare la risoluzione di problemi complessi ad una macchina, e sempre di più agli algoritmi che già governano il nostro vivere quotidiano, deve essere sostituita il prima possibile da una nuova presa di posizione nei confronti di un insegnamento alla responsabilità. Per fare ciò è necessario fare due cose fondamentali come alfabetizzare digitalmente ogni fascia di età, secondo le proprie funzioni, ed introdurre da subito un nuovo modello di educazione alla relazione che sappia contemplare l’evoluzione possibile degli scenari. Se ciò non verrà fatto a dovere, accadrà che in un tempo molto più breve di quello che si crede, ci ritroveremo ad avere persone sempre più stupide, ovvero inadeguate, che vengono gestite da macchine sempre più intelligenti. Macchine alle quali si tenta già oggi di fornire una sorta di coscienza, così per come viene spesso raccontata, anche se sarebbe meglio parlare di una capacità di dare una risposta articolata, che per fortuna ancora oggi non è assolutamente l’equivalente di coscienza.

Riassumendo quindi i punti chiave : Business, Spirito, Ricerca, Futuro, Tecnologia, Religioni, Ecologia…Educazione, Coscienza, Relazioni…

Potremo ricercare lo spirito nella relazione armonica con l’ambiente e con tutte le forme di vita che lo abitano (e quindi a seguire anche con nuove terre sparse nel cosmo), e, potendola gestire con una sempre rinnovata intelligenza tecnologica, ottenerne un grande profitto da redistribuire secondo delle nuove e reali classi di coscienza, poiché chi ha più coscienza può garantire un maggiore e migliore futuro a tutti quanti.
È questo il più grande affare al quale possiamo aspirare. E questo è solo il mio “white paper” . Ad mayora.

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– Alessio Micheli

Kintzugi Way

THE KINTZUGI WAY , o anche CREPARE …e TORNARE MIGLIORI

Il Giappone è una terra di antiche tradizioni, è anche fucina di recenti e costanti innovazioni tecnologiche, ma sopratutto io la ritengo la terra della disciplina.
Qui il concetto di disciplina è amplificato e vissuto come sacro, con i suoi eccessi quindi, eppure c’è un costante senso estetico che pervade molte delle attività giapponesi. Una di queste è la tecnica del kintsugi, la cosiddetta “arte delle preziose cicatrici”. Quando una ciotola, una teiera o un vaso prezioso cadono, facilmente noi li buttiamo con rabbia e dispiacere, eppure c’è un’alternativa, una pratica giapponese che fa l’esatto opposto: evidenzia le fratture, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto. Si chiama kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiunzione (“tsugi”).

Come è facile intuire questa pratica è una delle molteplici metafore del modo di vivere di quelle terre diventata così un’arte. L’arte di abbracciare un danno, un fatto imprevisto, magari violento, ma anche l’arte di non vergognarsi delle ferite, delle cicatrici, fisiche senz’altro ma anche emotive e sopratutto relazioni.
È la sapienza di porre un ottimo rimedio ad una rottura, alla separazione. Facendo il parallelo infatti, se nella tecnica si prescrive l’uso di un metallo prezioso, che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltandone le nuove nervature create, la trasposizione della tecnica può, e dovrebbe, suggerirci come si possa gestire al meglio il valore di una relazione solamente aggiungendole ulteriore valore, rendendola ancora più unica ed inimitabile. In questo modo le cicatrici diventano una sorta di bellezza da poter esibire anziché un problema da dovere in qualche maniera nascondere le piccole o grandi ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi.

Vale la pena di investire un po’ di tempo per leggere cosa narra la leggenda che spiega come sia nata questa arte.
Durante il governo di Yoshimasa si assistette allo sviluppo dell’Higashiyama bunka, un movimento culturale fortemente influenzato dal buddhismo zen che diede origine alla cerimonia del tè (anche Sado o via del tè), all’ikebana o (anche Kado, via dei fiori), al teatro No, alla pittura con inchiostro cinese. Il kintsugi ci suggerisce dei paralleli suggestivi.
Non si deve buttare per forza ciò che si danneggia, che si spezza, ciò che diventa deforme. Con il sapere e con il saper fare quell’evento non ne rappresenta una fine ma un possibile nuovo inizio poiché si può tentare di recuperare, e nel farlo ci si guadagna, si diventa più resilienti.
(Rivisitazione dall’articolo di Stefano Carnazzi su Lifegate.it)

Films : 

“Constantine” di Francis Lawrence
“The Final Cut” di Omar Naim
“Steve Jobs” di Danny Boyle

Musica :

“Nobody’s Fault But My Own” di Beck
“Gli Angeli” di L.Dalla – G.Morandi

Commento : 

<< Fare e disfare è tutto un lavorare >> così dice la traduzione di un proverbio dialettale delle mie parti, ovvero, che si crei o che si distrugga tutto fa parte del “gioco” che è esattamente la conferma della – legge della conservazione della materia – di Antoine-Laurent de Lavoisier, ma dai contenuti meno raffinati anche se altrettanto pratici e della quotidianità.
Oggi mi piace portare tutte queste considerazioni al focus del mondo delle relazioni e sopratutto degli effetti che queste generano in noi quando arrivate ad un punto di svolta come una frizione, un attrito o ancora una certa forza che ne aumenta la distanza fra i due capi, arrivano a distorcere quella forma e la funzione che rappresentavano quando si sono create.
Cosa accade quindi quando due realtà non sono più sinergiche, coordinate verso un obbiettivo condiviso? Semplicemente si sprigiona quell’energia che prima era dedicata a tenere saldo quel legame. Quella certa energia assume nel prosieguo diverse forme e non di rado diventa una parcella per gli avvocati, si, in Italia capita abbastanza di frequente, ci piace la battaglia intellettuale e dialettica, siamo abituati così da lungo tempo. Il peccato è che ormai questo meccanismo è tanto frequente quanto sconveniente, eh già perché paradossalmente tutto ciò in qualche modo e per un certo tempo lega ancora di più le parti che volevano interrompere o almeno mutare la natura della propria relazione … capita quindi che anziché diventare un commiato, la relazione si rinsalda per così dire nella sofferenza/performance di una battaglia nella quale spesso non ci saranno vincitori ma facilmente solo dei vinti.
La dinamica è presente un po’ in ogni tipo di relazione ma qui mi soffermerò solo su quelle di tipo professionale.
Quando una relazione è a fine corsa e si avanzano dei crediti a vario titolo nei confronti della controparte è necessario distinguere ciò che è una eventuale battaglia legale per ottenere quello che numericamente si ritiene di dovere avere da tale controparte, dal sottile inganno che questa battaglia può nascondere, mi riferisco a quella momentanea incapacità di lasciare andare l’altra parte per essere subito pronti ad una nuova relazione e recuperare quanto prima la “perdita subita”, che non di rado può invece essere un vero e proprio terno al lotto. Insistere infatti in una cosiddetta “relazione tossica” è uno dei peggiori modi di restare vincolati ad un’idea che ci rende schiavi della recriminazione a svantaggio di una nuova, migliore, performance di business.

Mi occupo di rilancio personale, professionale ed aziendale e sono specializzato in comunicazione relazionare, chiedimi come fare per…  
– Alessio Micheli

Effetti In-Desiderati

Libri :

“Vita di Pi” di Yann Martel
“B/REL3” di Alessio Micheli
“Le avventure di Arthur Gordon Pym“ (incompiuto) di Edgar Allan Poe

Films :  

“Sliding Doors” di Peter Howitt
“Operazione Valchiria” di Bryan Singer
“Wall Street – Il Denaro Non Dorme Mai” di Oliver Stone

Web :  

Linkiesta.it (del 28/7/17)
siamodemoda.wordpress.com (del 10/05/2017)

Commento : 

“Il famoso attore Antony Hopkins aveva assolutamente bisogno del libro scritto da George Feifer per poter interpretare il suo personaggio in “La ragazza di Via Petrovka”. Cercò in qualsiasi libreria ed alla fine lo trovò per caso in un parco su una panchina. Un giorno i due si conobbero e lo scrittore disse che nemmeno lui era in possesso di una copia del libro e che l’ultima che aveva se l’era dimenticata in un parco.”

Spesso accade che i nostri migliori propositi non bastano per ottenere quanto avevamo previsto, abbiamo un impulso, magari un obbiettivo e se siamo bravi, o fortunati, il nostro obbiettivo è chiaro davanti ai nostri occhi, lo vediamo bene e sappiamo almeno in via intuitiva che lo otterremo. Poi può accadere davvero di tutto, ci imbarchiamo in questa nuova avventura ed il cammino segue dei passaggi imprevedibili, sicuramente ci sarà qualche difficoltà imprevista, non di rado anche una grande sorpresa a nostro favore proprio quando stavamo per arrenderci.
Il training sportivo di alto livello sta via via insegnando agli atleti che le competizioni si vincono prima ancora che con la performance corporea nella propria testa, fanno esercizi di prefigurazione per fare una corsa, percorrere un circuito, anche una partita di sport collettivo che però ha molte più variabili poiché gli attori in campo sono tanti, differenti tra loro, ed il tempo dell’evento è molto più lungo. Durante la competizione accadono molte cose incredibili sia in un senso che nell’altro, basti pensare agli ultimi mesi nei quali è accaduto che la squadra di calcio del Barcellona ha ribaltato il risultato dell’andata dei quarti di finale di Champions League, quando ormai in svantaggio di quattro goal, è riuscita nella storica impresa di vincere e passare il turno facendo sei goal agli avversari del PSG durante la partita di ritorno, e ciononostante il turno successivo ha però poi perso prendendo tre goal dalla Juventus che, diventata in quel momento la probabile favorita del torneo, ha invece poi perso in modo eclatante la finale di coppa con il solito Real Madrid.
Alle Olimpiadi il re della corsa giamaicano Usein Bolt, dichiarato ormai l’uomo più veloce del pianeta ha invece finito zoppicante la sua ultima gara mentre tutti già lo vedevano per un’altra volta sul podio più alto. E ancora, la famosa nuotatrice connazionale Federica Pellegrini che, inaspettatamente anche per se stessa, ha invece trionfato vincendo ancora una volta l’oro olimpico….e via così, questi sono solo alcuni dei recenti grandi avvenimenti sportivi dagli esiti inaspettati.

Comunque sia, anche se è fondamentale prepararsi a tutti i livelli, le cose non vanno quasi mai esattamente come le avevamo organizzate a tutta prima nella nostra mente.
Quindi, se sei Antony Hopkins e stai cercando un libro non c’è problema, ma se ti chiami Richard Parker non fare troppi viaggi sulle imbarcazioni!! … è un consiglio da amico …

Ci piace sfidare i nostri limiti, è una cosa che ci appartiene da sempre e continuerà a spingerci sempre oltre il già conosciuto, dicono che presto potremo arrivare su Marte, e ci sembra già scontato che accada, dopo avere visto ripetutamente, anche solo nei film, per venti-trent’anni questi scenari predittivi siamo in qualche modo capaci di realizzare quello che per prima cosa è stata solo un’idea, un azzardo della mente, un rischio irrazionale.

“Non doveva finire così. Il gioco del Monopoli, che nella sua forma attuale traduce – anzi, celebra – i vizi del capitalismo arruffone e del land-grabbing, era nato con tutt’altro scopo. Doveva far comprendere ai giocatori i benefici di una tassazione giusta, dalla quale tutta la comunità avrebbe tratto giovamento. Questa storia alternativa viene ritrovata da The Atlantic, che in un interessante articolo racconta la vita e le idee di Elizabeth Magie, la prima e vera ideatrice del gioco. Controcorrente, ribelle e femminista, Elizabeth Magie (nata nel 1866) era un personaggio notevole della sua epoca. Aveva già fatto parlare di sé per un annuncio pubblicitario shock, in cui si offriva come “giovane schiava americana”, e denunciava la condizione subordinata della donna nella società. Ma le sue battaglie, che non comprendevano il genere delle parole ma solo quelle delle persone, erano comunque a più ampio raggio. Ad esempio, riguardavano il sempre più potente sistema capitalista della proprietà.
Ispirata dal volume del pensatore ed economista americano Henry George, – Progress and Poverty -, in cui veniva predicato che “il diritto uguale di tutti gli uomini di usare la terra è evidente come quello, uguale, di respirare l’aria: è rivendicato dal fatto della sua stessa esistenza”. Ma, come aveva notato lo scrittore nei suoi viaggi, la sua idea era ben lontana dalla realtà: la distribuzione della terra era iniqua e, di conseguenza, ne sarebbe stata la ricchezza personale. E allora, quale soluzione si poteva adottare? Semplice: tassarla. Il ragionamento era semplice: il valore di una terra non è dato solo da ciò che viene costruito sopra, ma dalla sua ricchezza naturale e “sociale”, relativo cioè a tutto quello che esiste intorno. Case, scuole, economie più o meno funzionanti. Tassare la terra sarebbe stato necessario perché sarebbe finito a vantaggio di tutti. Ed è qui che Elizabeth ha la sua idea geniale: usare un gioco da tavolo per far capire a tutti i vantaggi della ricchezza condivisa. Per la prima volta viene pensato secondo un percorso, che i diversi partecipanti devono seguire, inframmezzato di terre e costruzioni, dazi e multe. Magie (e questo non si sa) fornisce due sistemi di regole: il primo, chiamato “Prosperity”, prevedeva che, ogni volta che un giocatore avesse acquisito una nuova proprietà, anche tutti gli altri guadagnassero qualcosa. Era l’effetto pratico della tassazione del valore delle terre e della redistribuzione della ricchezza. Il gioco sarebbe finito (e vinto da tutti) quando il giocatore che partiva con la somma di denaro minore avesse raddoppiato la sua ricchezza. Il secondo sistema, chiamato “Monopolist”, era più o meno come il Monopoli moderno: i giocatori si accaparravano terre, costruivano servizi e si prendevano i guadagni da chi ci passava sopra. Il vincitore era chi riusciva a mandare in bancarotta gli altri. Di fronte ai due sistemi di gioco, sperava Magie, le persone avrebbero compreso, come grazie a una dimostrazione pratica, come due diversi tipi di società (oltre che di gioco) fossero possibili. E come il primo, cioè il “Prosperity”, fosse da preferire. “Potrebbe essere chiamato Il gioco della vita, perché sono presenti tutti gli elementi che determinano il successo e il fallimento nel mondo reale. E l’obiettivo è lo stesso che si pone la specie umana in generale, cioè l’accumulazione di ricchezza”.
Come poi si sia imposto solo un sistema di regole è frutto/colpa del successo del gioco. Venne ceduto, in uno dei suoi adattamenti, da un uomo disoccupato – Charles Darrow – all’azienda di giochi Parker Brothers, spacciandolo come suo. Come è ovvio, grazie ai diritti delle vendite Darrow divenne miliardario. Fu, in un certo senso, un colpo ironico della storia. E la dimostrazione reale, concreta, evidente, che il sistema “Monopolist” sia molto più forte del “Prosperity”…

Mi occupo di rilancio personale ed aziendale, di pianificazione attraverso il format “9TM” – The Nine Times Management – chiedimi come fare per ….
– Alessio Micheli

La Forma dell’ Essenza

Libri :

“Cattivi Maestri” di A.Gnocchi e M.Palmaro
“Mediapolis” di Roger Silverstone

Films :

“Ex Machina” di Alex Garland
“Essere John Malkovich” di Spike Jonze
“La Migliore Offerta” di Giuseppe Tornatore

Musica :

“Deliziosa Abbondanza” di Cristina Donà
“È non è” di Nicolò Fabi

Commento : Essenza e Forma

Un tema centrale e futile, antico così come lo è la nostra mente che cerca di farsi un’idea e che spesso si inganna in questo tentativo. Così, la discriminante fra la forma e l’essenza spreca molta, a volte troppa, energia della nostra mente incapace di indagare più in profondità.
Il contenitore non è il contenuto e ciononostante il primo apprezza il secondo facendosi custodia forse per utilità pratica, forse per una esigenza estetica o forse ancora per un semplice caso.
La bellezza è quindi nell’occhio di chi guarda, e quindi in fondo nel contenuto di chi la guarda, eppure questo contenuto, una certa essenza, valuta, giudica e discrimina una forma che suggerisce e racconta una presunta verità circa il proprio di contenuto.

Le abitudini mentali, i proverbi e le superstizioni si dice spesso che sono portatori di una essenza profonda, di una sapienza. Personalmente, credo che tutte queste manifestazioni del nostro mondo interiore/esteriore sono ancorate comunque ed ovunque alle forme del tempo.
Ma se i tempi cambiano esse quindi non valgono più, o almeno non valgono più come prima, ed i tempi stanno cambiando più velocemente del solito, almeno così sembra per la forma con la quale essi si manifestano.
Forma ed essenza non sono antitesi, sono entrambe causa e conseguenza l’una dell’altra, sono sempre presenti eppure facilmente fraintese.

“Scarpe grandi cervello fino” , “Macchina grande stabilità economica”, “Cravatta uguale professionalità ed intelligenza”, “Viso regolare è persona amichevole”, “Forme attraenti successo assicurato”, “Disordine significa incompetenza”, “Una presenza costante è una conferma di rispetto e di fedeltà”, “Il ritardo è presagio di guai e complicazioni” ecc ecc ecc, e sono tanti gli schemi che ci accompagnano e che affondano le radici nelle dicerie di un tempo che oggigiorno cercano di adattarsi ai tempi più moderni creando dentro e fuori di noi un mondo di convinzioni nella maggior parte dei casi banali ed insufficienti come un reale metro di valutazione razionale.
Eh si perché di valutazione razionale abbiamo bisogno e non solo delle emozioni e degli istinti dai quali fatichiamo a distanziarci anche per poco come collettivo di specie, nonostante la corteccia cerebrale sia apparsa da ancora troppo poco tempo come stadio evolutivo.

Adoro questo terzo millennio che sta rimescolando un po’ tutte le carte da gioco sul tavolo della contemporaneità. Quando penso che fra i più grandi imprenditori mondiali degli ultimi venti-trent’anni ci sono ad esempio alcuni ragazzotti in jeans e felpa col cappuccio davanti ad un personal computer, oppure dei magnati mediorientali vestiti con turbanti e kaftan o thobe, mentre ancora buona parte della classe dirigente occidentale si ostina nei suoi cerimoniali di giacca&cravatta nel decidere se una persona è valida o meno senza fare ulteriori passi avanti nella comprensione di quelle che ormai vengono riconosciute come le attitudini fondamentali e trasversali, le cosiddette “Soft Skills”, per capire e conoscere meglio una persona, ecco detto che la forma ancora oggi oscura l’essenza, la nasconde e magari un po’ la protegge.

Ma cosa è poi questa essenza? Nessuno lo ha mai spiegato, e non è poi così semplice spiegare qualcosa che effettivamente non può essere ridotto a semplici schemi.
La forma da una conferma o una smentita mentre l’essenza rimane se stessa.
L’essenza non può cambiare ma può assumere una qualsiasi forma.
L’acqua è l’esempio migliore che abbiamo a disposizione, la si può deformare, imbrigliare, trasformare in mille e mille forme, eppure essa rimane se stessa, può giocare con infinite trasformazioni ma rimane sempre e comunque fondamentale ed indissolubilmente se stessa, unica nel micro ed unita nel macro.

Ma cosa ci interessa tutto questo nel mondo del business?
Cosa ha a che fare con la consulenza? È utile? Come?
Perché mai si dovrebbe dare come nome alla propria azienda CONSULENZA ESSENZIALE?

La prima risposta è tecnica, più di superficie, ed ha a che fare col fatto che se l’obbiettivo dichiarato è quello di essere di aiuto alle aziende (questa è la missione, quindi l’essenza), il fatto di avere molteplici servizi a corredo di questo obbiettivo, anche se cambiano nel corso tempo, è connaturato con i tempi che corrono, e ciò non è altro che una conferma della propria dichiarazione di intenti.
Una ulteriore risposta va colta, per chi vuole, un po’ più in profondità e non sarà di certo la riposta perfetta. La forma perfetta non permette un ulteriore cambiamento, è immutabile, non evolve in una forma migliore. Ho capito nel tempo che una cosa è tendere a migliorasi mentre il credere di essere arrivati ad una qualsiasi vetta è un pò come una dichiarazione di resa.
Resistere a fare tutto in modo – in teoria – perfetto è un grande atto di umiltà verso i propri limiti, e questo non significa arrendersi ad essi ma anzi accoglierli per migliorarli. Lasciare consapevolmente all’altro la possibilità di criticare quello che facciamo è uno dei modi migliori di mantenere viva una relazione, è infatti nella sua dinamica di possibile miglioramento che una relazione resta utile. Risultare sempre impeccabili può sembrare una buona cosa, ma probabilmente nasconde dosi di vanità e seduzione ed alla lunga può deludere, accettare e farsi accettare invece crea delle relazioni solide e durature.
Può sembrare impopolare e controproducente in un mondo che vende e compra le migliori ricette per essere super, inattaccabili e sempre al top, ma basta pensare come ciò che è perfetto in un certo luogo ed in un certo tempo non lo è in un altro. Quello che sembra inarrivabile è esattamente così, quindi alla fine è poco interessante, almeno così a me sembra.
Possiamo sapere bene a memoria una bella recita, una bella frase scritta con i migliori canoni stilistici, conoscere le migliori tecniche di persuasione e di comunicazione, possiamo fare la più grande performance che ci sia mai riuscita eppure essa deve essere inferiore alla prossima che faremo e non deve mai escludere dal risultato il beneficio del nostro interlocutore e non quello che saremmo tentati di considerare come tale ma quando in realtà è magari una mera soddisfazione del solo unico nostro bisogno. Cosa difficile in principio forse, l’unica importante nel medio lungo periodo se si ha la capacità di guardare davvero lontano.
Lasciamo quindi che gli errori ci guidino verso la migliore versione che deve ancora arrivare, e speriamo che essa sarà un po’ sbagliata nella forma cosicché l’essenza possa manifestarsi e dialogare con il resto, con ciò che c’è fuori da essa, almeno per non rischiare che la forma venga abbandonata da quell’essenza che cerca sempre una nuova e migliore forma.

Mi occupo di Consulenza Strategico-Cognitiva, chiedimi come fare a….
– Alessio Micheli

Lotta per la Fiducia

Libri :

“Cinque chiavi per il Futuro” di Howard Gardner
“Decisioni” di Hammond-Keeney-Raiffa
“Lavorare con Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman

Films :

“La Ricerca della Felicità” di Gabriele Muccino
“La Grande Scommessa” di Adam McKay

Musica :

“Il Gatto e la Volpe” di Edoardo Bennato
“Baby Fiducia” degli Afterhours

Commento : Fiducia SIoNO

“Fidati di me!!”…“Puoi fidarti!”…”Te lo posso garantire”…”Ho sentito dire che..”…”Date una garanzia?”…”Siamo assicurati!”..ecc ecc ecc ecc
Quante volte vogliamo e vorremmo sia avere che poter dare una garanzia. Già. Ho pensato di attivare un nuovo servizio che sarà senz’ombra di dubbio il business di questo inizio secolo :
– LA COMPRA-VENDITA DELLA FIDUCIA –
Non sto scherzando, i lavori sono già avviati da qualche tempo, si tratta solo di convincere tutti gli investitori ed il gioco è fatto!
Può sembrare una sintesi un po’ forzata ma non dista di molto da tante altre iniziative nei settori più disparati.
Quasi tutta l’attvita imprenditoriale si basa e si alimenta attraverso un principio di fiducia.
Fiducia in se stessi anzitutto, e nonostante tutto (errori, mazzate, fregature, burocrazie, qualche sfighetta e diverse disattenzioni); ma anche fiducia che l’altro ci possa capire e comprendere, che possa darci fiducia, che creda nella bontà dei nostri propositi, che ne veda la luce e la benevolenza, che abbia risorse di tempo e di denaro per confermarci la fiducia che andiamo a chiedere, che in qualche modo vendiamo e talvolta regaliamo; e poi, poi, c’è la fiducia che le cose vadano bene una volta che abbiamo passato la palla, che il nostro “compagno di squadra”, chiunque esso sia e qualunque ruolo ricopra nella relazione con noi, non sbagli nulla, non complichi le cose, fiducia che le cose non siano di per se già complicate; ed una volta compiuto bene il nostro lavoro resta anche l’ultima e oramai costante grande incognita, si sì, proprio quella, che finalmente dopo tutto il lavoro svolto e condiviso il nostro sforzo venga giustamente ricompensato.

Sciak!! Ho pestato una bella “M” vero?!!?
È già partito il nastro?
Siete già andati mentalmente ed emotivamente (e spero proprio non fisicamente) a prendere il lanciafiamme??

Siamo tutti vittime e tutti carnefici in qualche senso, il meccanismo si è grippato e dobbiamo imparare ad oliarlo ex-novo con nuovi lubrificanti, più performanti, sennò l’attrito ci inchioderà lì dove siamo ora.

Ecco una delle sfide quotidiane che personalmente mi trovo ad affrontare talvolta da una angolazione e talaltra da altri punti di osservazione di questa dinamica.
E capita a molti se non a tutti il doversi domandare costantemente se ciò che stiamo facendo, ascoltando, accettando e proponendo ha le gambe per reggersi, per camminare e magari correre e saltare.
Magari non servono esempi, ognuno ne ha alcuni, nel dubbio tuttavia mi va di citare due situazioni parallele e contemporanee nella stessa dinamica di relazione.

– Tizio A che propone qualcosa a Tizio B –

A :
Dopo avere chiamato al telefono presso gli uffici dell’azienda di B, che non è riuscito a sentire direttamente poiché troppo impegnato, riesce a fissare un appuntamento a 80Km di distanza nella vicina e caotica città.

ELENCO DEI DUBBI :
È l’azienda giusta?
Mi sono spiegato bene al telefono?
Mi avrà capito bene la persona che ha risposto?
Avrà riportato correttamente le informazioni preliminari?
A distanza di 4-5 giorni, B, non cambierà la propria agenda?
Non avrà un impegno improvviso?
Mi dedicherà il giusto tempo?
Gli servirà ciò che proporrò?
Avrà denaro da investire?
Una volta intrapresa una qualsiasi attività, la porterà a termine?
Una volta conquistata la benevolenza di B sarà poi fatto bene il lavoro dai miei colleghi/partners?
Con quali tempi?
B ne sarà soddisfatto?
Pagherà?
Con quali tempi?

B :
Dopo che A ha chiamato/scritto in azienda, ed è per B l’ennesimo venditore o consulente, dei quali ritiene c’è ne siano fin troppi in circolazione, ma con i quali è comunque utile e talvolta indispensabile confrontarsi per poter sapere cosa offre il mercato, e visto che A è riuscito a fissare un appuntamento presso la sua azienda…

ELENCO DEI DUBBI :
È l’azienda giusta per la mia attività?
A è la persona giusta?
Risolverà qualche mio problema?
Si sarà spiegato bene al telefono?
Quali sono le sue reali intenzioni?
Avrà capito bene la persona che ha risposto per me?
Avrà riportato correttamente le informazioni preliminari?
Il giorno fissato avrò tempo da dedicare?
Potrei avere un impegno improvviso?
A mi porterà via solo del tempo prezioso?
Mi potrà servire ciò che propone?
Se fosse qualcosa di utile avrò poi il denaro che serve?
Investirò bene il mio denaro?
Una volta intrapresa una qualsiasi attività, A la saprà portare a termine?
Sara fatto bene il lavoro?
Con quali tempi?
Io ne sarà soddisfatto?
Avrò migliorato effettivamente la mia situazione ?
In quali tempi?

Ecc ecc ecc ecc, e questo è solo un esempio…

Forse è sempre stato così e forse no, sembra tuttavia che ci sia sempre poco tempo ed ancora meno risorse, ma probabilmente in molti casi in realtà è solo cambiata la percezione della relazione.
Tutti vogliamo tutto e subito, lo vogliamo fatto bene e senza intoppi, siamo diventati un po’ più più sfiduciati, ogni tanto pure pessimisti. Da cosa dipende? Alla fine sempre e comunque da noi, dalle nostre capacità che devono adeguarsi ai tempi che corrono, che cambiano e ci obbligano a cambiare.

Ricetta : Una buona organizzazione del tempo e delle risorse, costante apertura al dialogo, aumentare l’abilità nel trasformare ogni situazione pensando non solo a se stessi, portare rispetto per l’altro, rispetto per le differenze di età, di estrazione, dei modi di dire-fare-essere-comunicarsi-sapere-tempi, capire che l’altro è lì per me così come io lo sono per l’altro, stabilire chi è meglio di noi, imparare da chi è meglio, imparare anche da chi non lo è, nutrire la speranza che pure un pizzico di fortuna sia per noi, credere che essa sia una certezza, restituire sempre qualcosa, assicurarsi che l’altro ne goda, essere onesti con sè e con l’altro, ringraziare interiormente e possibilmente esteriormente, creare la condizione di complicità e collaborazione nella relazione, continuare a “giocare”, rinunciare ai pregiudizi, alle vecchie abitudini, ed essere sufficientemente curiosi da adottarne di nuove … per il resto..

Mi occupo di consulenza strategica, prima cognitiva e poi tecnica. Chiedimi come fare per …. 
– Alessio Micheli

Il Sapere

Libri :

“100 cose che non sai sulla tua mente” di Surendra Verma
“Mito e Sugnificato” di Claude Lévi-Strauss
“Coscienza” di Pietro Perconti

Commento : Sapere i Corrispettivi del Sapere

Povero professionista, ma soprattutto povero consulente! Questa figura professionale, che peraltro personalmente incarno da qualche tempo, è una professione che realmente, almeno qui in Italia, deve ancora “arrivare” definitivamente e deve conquistare il proprio spazio vitale; eppure, essa è così importante per gli anni a venire.

C’è una vecchia cultura, immutata da troppo tempo, che coinvolge le micro, nano e piccole imprese, spesso a conduzione familiare, le quali rappresentano la vera forza trainante del Paese. Tuttavia, iniziano solo ora, all’alba della consapevolezza “post crisi”, a essere finalmente oneste con la realtà, guardandola per ciò che è: un forzato proseguimento di un “percorso di cambiamento” continuo e mutevole.

Senza voler ora fare una seppure doverosa e lunga, lunghissima, considerazione circa l’estrema necessità che hanno tutte queste imprese, e prima ancora tutte queste persone che fanno impresa, di consulenti e di consulenza, voglio raccontare una delle storie più interessanti riguardo alla relazione cliente-consulente. Una storiella che trovo efficace e che, confesso, ogni volta che ci penso o che la racconto, mi offre sempre un certo intimo godimento.

Un tizio (cliente) si trova a dover affrontare un problema con il proprio personal computer e non riesce a risolverlo da solo; si tratta di un rumore infernale, presumibilmente proveniente dalla ventola di raffreddamento. Per non rischiare di compiere mosse azzardate e complicare ulteriormente la situazione, non può fare altro che sfogliare un elenco di nomi e numeri, come ad esempio le Pagine Gialle, alla ricerca di un servizio di riparazione. Trovato un professionista disponibile per un pronto intervento, i due si accordano per luogo e ora di incontro presso il recapito del cliente.

Dopo circa quaranta minuti, suona il campanello: ecco il professionista. Il cliente, soddisfatto della tempestività del servizio, lo accompagna alla scrivania del computer in questione, sperando che non sia nulla di grave. Quel computer è di vitale importanza per la sua attività; oltre a non voler certamente perdere le preziose informazioni salvate, non ha nemmeno molto tempo da perdere, dovendo consegnare un progetto nei giorni seguenti.

Il professionista esamina il problema, apre la cassetta degli attrezzi ed estrae un cacciavite. Il cliente inizia a preoccuparsi un po’. Il professionista è serio, non fa trasparire emozioni e si appresta a rimuovere la scocca esterna della macchina. Dopo averla tolta, verifica ulteriormente la provenienza del rumore, senza nemmeno spegnere il computer; infila il cacciavite nella testa di un paio di viti, gira il cacciavite e … Zzzzz… zhzhzh… hhh… hh.hh… h… il silenzio. Voilà, il problema è risolto! Anche la scatola esterna viene richiusa. Si trattava solo di un allentamento delle viti del supporto della ventola.

Il cliente, che era rimasto col fiato sospeso, riprende ossigeno, sorride, è soddisfatto ed offre un caffè al professionista, che accetta ben volentieri. I due parlano del più e del meno, del tempo e del campionato di calcio; sorseggiano il caffè ed intanto ciascuno di loro pensa già a ciò che dovrà fare appena concluso l’incontro con quel simpatico interlocutore.

Finito il caffè, il professionista prende nota dei dati del cliente e fa presente che invierà via posta, nei giorni a venire, la fattura per il servizio di pronto intervento; lascia una semplice ricevuta di uscita che viene controfirmata dal cliente e via, i due si salutano augurandosi un buon proseguimento di giornata, pronti per rituffarsi nelle proprie attività.

Dopo alcuni giorni, il cliente riceve via posta, come da accordi, la fattura del professionista. Come tutti i clienti, con l’occhio va immediatamente a leggere la scritta in basso a destra, quella relativa al costo totale finale, e inaspettatamente trova scritto: “Totale Finale = 1.000€”! Il cliente è a dir poco furibondo: inizia a camminare su e giù per la stanza e, come un geko in una vasca di smarties, assume progressivamente i colori della bandiera nazionale: prima il bianco, spaventato; poi il rosso, ingenuo; e infine il verde, rabbioso. Senza pensarci due volte, chiama il professionista al cellulare, il quale, come sempre, risponde prontamente. Lamentandosi senza pietà, il cliente incalza: “Lei è un truffatore! Come diavolo si permette di farmi una fattura da mille euro per un paio di viti? Si vergogni! Le ho persino offerto un caffè e lei mi tratta in questo modo? Le faccio causa!” Lo sfogo prosegue così per un paio di minuti, ma il professionista non risponde; attende di poter dire qualcosa. È solo quando cala il silenzio che il cliente si ricompone un attimo e, riprendendo la parola con un atteggiamento un po’ meno sconclusionato, si rivolge al professionista dicendo: “Mi scusi dello sfogo, ma davvero non capisco come lei possa emettere una fattura per un intervento che è durato in tutto cinque minuti e che ha richiesto l’utilizzo di un banale cacciavite!”

Il professionista, comprendendo che finalmente può prendere parola, replica in modo serafico: “Ha letto le voci di costo?” Il cliente, un po’ confuso e disorientato dalla domanda e dai toni calmi del proprio interlocutore, si avvicina alla scrivania e riprende in mano la fattura che prima aveva lanciato lontano con un gesto secco. Riparte a leggere dal basso, dal prezzo finale, e pensa tra sé e sé: “Caspita, il tono del professionista è così rilassato che non vorrei mai aver letto male. Magari non ho visto la virgola… ma dai, sono uno stupido…” Macché, il conto indica ancora 1.000€! Alza lo sguardo verso le voci di costo, così come gli è stato appena suggerito, ed ecco la spiegazione:

Prima riga: Costo relativo a intervento manuale con cacciavite = 1€
Seconda riga: Costo relativo al sapere quali viti girare = 999€!

Adoro questo finale, e voi? Di cosa sto parlando? Ovviamente del cosiddetto Know-How, ovvero il sapere, il sapere come fare, il prezzo del sapere e il prezzo dello sforzo di procurarsi il sapere, e del volerlo condividere, portando vantaggi ad altri. Sono tutti e tre passaggi distinti e differenti, seppure legati, che ancora troppo spesso non vengono considerati. Si danno per scontati.

Come la luce elettrica o l’acqua in una casa, ci sembra ovvio che debbano esserci poiché le cose funzionano così; eppure, anche questi sono servizi per i quali paghiamo cifre più o meno stabili, e alla lunga sempre più in rincaro.

Ma se facciamo qualche passo indietro a ricordare come sia potuto succedere che oggi sia davvero possibile, non dovremmo sottovalutare il fatto che sono passati, in fondo, davvero pochi anni dalla vita dei tanti Ragazzi della via Gluck.

C’è stato bisogno di un costo che qualcuno ha voluto affrontare; quel qualcuno che, magari, poteva e doveva decidere anche per noi, o chi prima di noi ne vedeva i vantaggi. Questo qualcuno ha dovuto sapere cosa e come fare, e gli è costato fatica, magari denaro guadagnato dalle proprie o dalle altrui fatiche. Qualcuno ha dovuto viaggiare, studiare, provare e inventare, e una volta capito, ha voluto condividere tutto questo. Non era scontato che accadesse. C’è stata una volontà; è stato chiesto ad altri di condividere un costo per condividere un vantaggio: il vantaggio che quel qualcuno ha visto prima, poiché è andato ad incontrare quel vantaggio.

Il racconto di quanto aveva capito, e confermato prima di tutto a se stesso, ha poi convinto qualcun altro che ciò poteva essere utile e importante. È andato sempre tutto bene? Neanche a parlarne! Si sono sempre fatti molti errori e, con quei molti errori, si sono trovati correttivi e soluzioni, poiché ormai l’obiettivo era stato fissato.

Anche oggi, tutto questo, e ancor di più tutto il resto, ha un costo.
 Oggi, migliorare e cambiare richiede un nuovo sforzo: sappiamo già tutto, e lo sappiamo un po’ male. Sappiamo che si può cambiare, sì, in teoria; sappiamo che si può sapere, anzi, crediamo già di sapere.
 Ricordo che molti anni fa, in uno di quei discorsi tra giovani amici in cui ci si chiede a vicenda: “Tu, qual è la cosa che vorresti davvero?”, la risposta di un amico presente fu: “Vorrei sapere tutto e non dire niente a nessuno!”. Rimasi davvero colpito e un po’ urtato da quella dichiarazione (all’epoca non ero né un consulente né un imprenditore), tanto da ricordarmene ancora oggi.
 Quell’amico aveva già compreso il potere del sapere e non era disposto, una volta raggiunto, a condividerlo. Quello che, però, questa persona non aveva forse capito di se stessa è che probabilmente sarebbe potuta diventare un’ottima commerciale o magari un buon insegnante… già! Poiché un buon insegnante, in realtà, insegna un’unica cosa: che il sapere bisogna conquistarselo e pagarlo a caro prezzo. Non va regalato, perché andrebbe sprecato e ce n’è così poco da non poterselo permettere. A buon intenditor…

Mi occupo di consulenza per ì macro temi di Innovazione, Energia, Efficienza, Sostenibilità…. 
– Alessio Micheli

Luce/Ombra

Libri : “Abolire la Propietà Intellettuale” di Michele Boldrin, David K. Levine

Web :

www.turinigroup.it
http://www.biblio.polimi.it/fileadmin/user_upload/Guide_SBA/Citazioni1.pdf
https://www.bfm.unito.it/sites/b081/files/allegatiparagrafo/05-05-2016/fonti_documentarie_e_citazioni.pdf
http://www.ilpost.it/?blog_post=perche-in-italia-non-citiamo-le-fonti
https://www.wikihow.it/Dimostrare-il-Furto-di-Proprietà-Intellettuale

Commento : Luce/Ombra

Inseparabili nella cosiddetta danza cosmica, le essenze rappresentate in luce e ombra muovono ogni cosa. L’alternanza degli opposti e dei complementari, con ogni sfumatura dei propri sottoinsiemi, determina e descrive la trama e l’ordito del tessuto del nostro sapere, del nostro sentire e del nostro fare. Due sono in realtà tre!

Luce rappresenta, ad esempio, un’idea, mentre Ombra ne è l’applicazione pratica; è l’estensione della prima e ne decreta, quindi, la morte. La prima idea cede il passo a una nuova e forse migliore idea, alla sua evoluzione, spesso alla sua deturpazione e, di conseguenza, alla sua distorsione.

Mai come in questo momento le idee hanno potuto circolare così rapidamente, rimbalzando in ogni angolo del pianeta. Mai prima d’ora gli inventori hanno dovuto difendersi così tanto, costretti nella logica schizofrenica del dover raccontare senza poter dire nulla, in mancanza di adeguate tutele.

Le idee sono una risorsa talmente necessaria che ritengo il loro furto una responsabilità di maggiore gravità, in paragone ai beni materiali, e una questione di necessaria attenzione per il presente e il futuro.

In un mondo di “ingrati copioni”, di avidi e ipocriti incapaci sfruttatori della proprietà intellettuale altrui, non ci resta che difendere le idee, nient’altro che quelle; il resto sarà solo una conseguenza della tutela di sani principi etici.

“Voce di uno che grida nel deserto”, così recitano le sacre scritture riferendosi ai consigli inascoltati, un po’ come certe idee, certi progetti abbozzati e poi ignorati da tutti, infine abbandonati dagli stessi promotori. Quanto spreco e quanta disattenzione!

Ciononostante, qualcuno è in ascolto e, fingendo di non sentire, prende senza chiedere; raccoglie nel buio della notte qualcosa che ha visto di giorno, mentendo a se stesso e ad altri di trovarsi lì per caso. Non vedendo proprietari, applica in modo sommario la regola personale del “se nessuno lo sta custodendo, allora è mio”… ecco il trend del mondo del business, dai tempi antichi fino ad oggi, fino al secondo millennio e per chi è rimasto invischiato nelle sue profonde radici. Ma questo nuovo millennio ha, in realtà, nella sua essenza un altro piglio, più compreso dai nativi digitali, segnando uno spartiacque rispetto ai “25yearsolder”, con una tolleranza in Italia fino ai 35-40… qui, nel paese dei vegliardi, dai quali dobbiamo purtroppo difenderci, sia da quelli esteriori che da quelli interiori: il vecchio punto di vista dei “si fa così” e degli “è impossibile”, ecc.

Ciò che manca ai disperati fuori corso è la consapevolezza che attivare la creatività e orientarsi all’innovazione è ben diverso dal prendere una buona idea senza pagarne il prezzo, escludendo a priori chi l’ha generata, e ancor prima chiedere il permesso di poterla utilizzare. Ciò equivale a trovare un aereo nel parcheggio sotto casa e, con un vecchio modus arrogante, dettato forse dalla necessità di una sperduta autostima, generare una riduzione psicologica di pensiero più o meno di questo tipo: “è proprio qui, che fortuna; qui non c’è nessuno; sono anni che guido moto e auto; posso viaggiare ancora più veloce; ci salgo e provo finalmente a volare”.

Abbiamo spesso affermato che era il tempo della sharing economy, ma in realtà intendevamo forse la business sharing economy, eppure non ne vediamo il reale orizzonte che ci si para davanti, ma non lo abbiamo ancora compreso davvero.

Il mondo sta crescendo, i giovani stanno aspettando; non vederli è il nostro errore, guardare meglio è la nostra grande possibilità. La rinuncia è la nuova frontiera. Citiamo le fonti, faremo senz’altro una figura migliore. 
– Alessio Micheli

”E il mio Maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. 
– Franco Battiato