La Visione Sistemica di Insieme

Più persone raggruppate a caso fra categorie di sesso, età, etnia, stato sociale, provenienza geografica ecc ecc se messe di fronte alla situazione di guardare la stessa immagine, lo stesso panorama, la stessa persona … altro … alla domanda “cosa vedi ? “ risponderebbero molto probabilmente in modo del tutto differente.
Anche quando dovessero rispondere “in che senso ? ” , ovvero chiedendo di specificare meglio la richiesta alla quale in modo un po’ evasivo gli si rispondesse “descrivi ciò che vedi “ beh, il risultato sarebbe sempre e comunque simile, cioè della diversità di osservazione. 

Ognuna di quelle persone adotterebbe il proprio “filtro di priorità” per offrire la propria descrizione, oppure il proprio livello di precisione, di ampiezza della comprensione interiore di quel concetto, ciò in funzione di una serie di variabili miste fra il doversi misurare/giustificare con la domanda, o magari per l’imbarazzo di non volersi sentire inadeguati.

Se ad esempio in questo momento siete in spiaggia e volete fare l’esperimento, vi sarà abbastanza facile reperire delle persone ed avere un panorama suggestivo, più o meno affollato, sono certo che sarà divertente fare questo gioco. 

Senza entrare nei dettagli delle infinite risposte possibili, brutalizzerò l’analisi  delle risposte in due macro categorie : 
A) quelli della visione del particolare   /   B) quelli della visione di insieme

A : Sono quelle persone che se hanno davanti a se un insieme di palline nere assieme ad una sola rossa vedranno subito la differenza, si concentreranno solo su quella, faranno ragionamenti interessanti ed articolati che guarderanno più al perché l’unica pallina è rossa senza tuttavia interessarsi al fatto che l’insieme risulta sostanzialmente composto da palline nere. Sono persone che si incaponiscono nel pensare che “la regola” non serve, è sempre una forzatura, poiché ci sono sempre delle variabili. Spesso queste persone pensano molto alla propria percezione e viaggiano “per esclusione” quindi non si ritengono parte di un meccanismo.

B : Queste altre persone sono persone che talvolta sono, e più probabilmente sembrano, un po’ imprecisi nel loro primo giudizio, vedono l’insieme delle palline nere ma non si interessano subito della pallina rossa, talvolta la ignorano del tutto considerandola un fastidio. La loro capacità è quella di una visione dall’alto, si vedono osservatori immersi ma ciononostante esterni del meccanismo che guardano nella sua interezza e cercano di orientarne gli sviluppi se la cosa li riguarda circa la responsabilità che si attribuiscono. Spesso si accontentano solo di godere del panorama percependosi un piccolo ingranaggio in un grande meccanismo ragionando più  “per inclusione”.

La  differenza comporta dei ragionamenti diversi che determinano diversi comportamenti di fronte alla stessa situazione. Chi sei tu, A o B ? La premessa fatta era che questo esercizio è un po’ una forzatura. Perché farlo ? Perché ritengo che in questi tempi moderni bisogna essere A+B , ovvero bisogna anzitutto avere la capacità  di vedere l’intero quadro nel quale ci si muove, e tuttavia è fondamentale sapere verticalizzare focalizzandoci sul singolo dettaglio che talvolta, in un mondo iper-connesso, determina tutto il resto in una dinamica  ad “affetto domino”.

Sapete perché accade ? Accade perché le stratificazioni sottili delle connessioni fanno si che ci stiamo metaforicamente spostando dalla meccanica all’elettronica o se preferite alla meccanica quantistica. In passato un ingranaggio di un’automobile poteva rompersi, aprivi il cofano cercavi un ricambio e sistemavi il tutto, oggi se rimani a piedi o sei un ingegnere elettronico oppure sei fregato, se un sensore non funziona bene l’automobile non parte più …ma magari ti ha salvato la vita. Non troppo tempo fa giravamo col pericolo costante di finire in un fosso oppure di saltare in aria. Esagero ? Non credo molto, semplicemente avevamo meno “coscienza” e meno tecnologia. Io non ho mai avuto l’obbligo di usare il casco per poter girare in motorino, e l’ho scampata bella quando una mattina di Maggio di circa trent’anni fa una signora ha pensato di ignorare uno stop.

Quello che studio sul campo da molti anni, incontrando imprenditori di diversa estrazione e tipologia, mi ha fatto capire che la maggior parte di questi non conosce la differenza fra essere un imprenditorie ed essere un artigiano. Sono entrambi da stimare ma, se è vero che l’artigianalità racconta di sé i grandi sacrifici dei quali la collettività beneficia, l’imprenditoria più pura spiega che la connessione con tutto il resto necessita di una attenzione spasmodica per stare al passo con gli scenari che mutano. I due mondi sono spessissimo collegati fra loro in logica di filiera, eppure hanno esigenze che non coincidono a meno che non adottino entrambi una : Visione Sistemica di Insieme.
Questa visione sistemica deve includere gli obblighi del tempo : etici e morali, di genere, sociali, ambientali, culturali, strategici, digitali, geo-politici, energetici, finanziari, generazionali … e probabilmente qualche altro spicchio del frutto del peccato originale che hanno deciso di mangiare, cioè il volere “fare di più”.

Il web non ha fatto altro che amplificare e velocizzare i processi già in corso. Cercando infatti di vedere prima (pre-vedere) gli scenari ai quali si va incontro, soddisfare  il bisogno conoscere in tempo reale informazioni e meta-dati oltre che previsioni fatte da algoritmi ed intelligenze nuove, tutto ciò fa prendere scelte differenti poiché la comprensione viene modificata. Altrettanto tuttavia fanno anche altri, in fine ciò può determinare una logica schizofrenica che, dalla razionalità sposta verso scelte inadeguate, dettate dallo stress e dalle paure anziché dalla ipotizzata programmazione.

La visione sistemica e di insieme, lo spiega  la stessa definizione, è un processo cognitivo di inclusione che guarda all’insieme, e lo fa in una ottica di sistema, ovvero che nutre e viene nutrita dalla capacità di relazionarsi con attori ed esigenze molto diverse tra loro.  È un po’ come il dovere essere in grado di parlare lingue diverse, con diversi interlocutori, durante una riunione nella quale ognuno ha fretta di dire la propria e vuole essere ascoltato per il proprio impellente e personalissimo bisogno che deve risolvere quanto prima.

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva, chiedimi come fare per ….

– Alessio Micheli


L’Arte di Fallire

È una delle paure più grandi dell’uomo, specialmente del maschio, è la paura del fallimento e quindi del giudizio degli altri, del collettivo, ed ancora di più del proprio di giudizio, quello verso se stessi. 
Il lavoro occupa gran parte del nostro tempo, e quindi della nostra vita, il pensiero di un fallimento personale e professionale è un cruccio che può diventare una ossessione , una forma di angoscia, e paradossalmente quando si innesca quel pensiero ricorrente aumentano le probabilità che ciò accada poiché si perde di lucidità ed alcune scelte potrebbero non risultare le più centrate. 

Bisogna quindi “vaccinarsi” imparando a fallire almeno un po’, imparando che si può fallire e che fare impresa prevede il poter fallire, diversamente non si ha realmente fatto un passaggio da imprenditore moderno. Si chiama infatti impresa non perché fosse scontato il possibile risultato, ma perché l’avere intrapreso è stata una sfida accettata, non una scommessa a caso, ma un progetto, una meta, ed una competizione con sé.

Ma cosa significa in realtà fallire ? Fallire è senz’altro sbagliare qualcosa, e le conseguenze di uno o più errori determinano potenzialmente la cessazione di una attività nel peggiore dei casi, oppure in maniera più moderata una certa dose di sofferenza e di fatica aggiuntiva, non prevista nella progettualità delle cose. Nel migliore dei casi un cambio di rotta strategico e magari di mezzo giro.
Spesso questo passaggio è quasi un percorso obbligato per una maturazione della capacità imprenditoriale – sbagliando si impara – poiché sono proprio gli errori che ci consentono di migliorare e di sbagliare di meno in futuro. 

C’è tuttavia modo e modo di sbagliare, di fallire, e sapere come farlo è un grande vantaggio. La prima delle condizioni per “fallire bene” è quella di poter avere prima di (ri)partire delle buone risposte ad una serie di domande preventive come : 

Qualora non riuscissi sarei poi in grado di riprovarci ?
Sarebbe per me possibile ripartire dal punto di vista della legge senza avere una macchia indelebile ? 
Le istituzioni mi metterebbero nella condizione di poter chiudere e riaprire senza perseguitarmi ?
E se accumulassi grossi debiti avrei sufficienti agevolazioni finanziarie per poter affrontare le richieste dei creditori privati ed istituzionali ? 
Avrei la possibilità di un riscatto al cospetto degli altri ? 
Avrei sufficiente stima di me stesso per poter affrontare una seconda occasione ?
Come potrei rilanciare se sbagliassi i miei obbiettivi ?
…..

Sono sempre importanti gli interrogativi che un imprenditore, piccolo o grande che sia l’orizzonte del proprio volume di affari, deve senz’altro affrontare ad una prima iniziativa imprenditoriale, lo è ancora di più anche dal punto di vista emotivo quando si tratta di una seconda, magari di una terza ecc 

Ma perché é così ? Perché non è facile avere la cosiddetta exit strategy ? Fondamentalmente dipende da una questione di cultura nella quale si è immersi, non é infatti così ovunque, anzi, e forse proprio in Italia c’è una delle peggiori considerazioni verso la categoria dei tanti e valorosi piccoli e grandi imprenditori. Nel nostro paese é ormai diffuso il concetto di presunta colpevolezza secondo il quale lo stato mette imprenditori e partite iva davanti all’assunzione che “probabilmente tu hai sbagliato e devi dimostrare che non sia così”, nella vulgata di massa inoltre “chi imprende froda ma nessuno controlla” e via così con vecchi slogan. 

Alcuni degli studi di statistica tuttavia rivelano un dato che colsi tempo fa, e riferito all’anno 2020 ed il primo quadrimestre del 2021, che spiegava come fosse in aumento il numero delle aperture di nuove iniziative come p.Iva e società Start-Up, era un’ottima reazione che un po’ ci si poteva aspettare in quel momento . La pandemia è stata percepita e paragonata un po’ come una sorta di conflitto mondiale, che ha visto sia tanti caduti ma allo stesso tempo ha anche fatto emergere nuove riflessioni che sono dei buoni segnali di fiducia nel futuro. È stato un po’ come uno spartiacque anche se con tutte le incognite del caso.

Questo era quanto riflettevo verso fine 2021, quando scrissi la bozza dell’articolo che però ho pubblicato solo adesso. La mia attesa a pubblicare la mia riflessione facilmente dipendeva da un presagio circa il futuro. Nel frattempo infatti sono arrivate a farci compagnia la crisi energetica ed un conflitto ail confine europeo. Probabilmente non eravamo ed ancora non siamo più abituati a stare costantemente in una “s-confort zone”. Chi è nato in occidente negli anni ‘ 60- 70 non ha percepito quasi mai fino agli anni duemila un reale pericolo generale, fa eccezione la nube tossica di Chernobyl, tale che potesse cambiare le nostre vite. Da adulti quindi non c’era mai stato quel retro-pensiero che potesse essere fortemente determinante sul ripensare se fare o meno impresa, c’era un ottimismo di fondo generato da un periodo insolito, di ovattata tranquillità. Oggi la “musica” è del tutto diversa, gli scenari evolvono, di continuo, si impennano e crollano con pendenze vertiginose, la stabilità la si deve trovare costantemente e guai a chi crede di averla già trovata del tutto, pena la morte della propria attività o qualche mal di pancia nella migliore delle ipotesi. 

Su questo palcoscenico di oggi credo che il ruolo più complesso dovrà essere interpretato dagli – stanchi -imprenditori, sopravvissuti a questa ennesima compilation di colpi al sistema economico. Sono, siamo, quelli che hanno resistito fra mille ed inaspettate incertezze, spesso guardando sopratutto all’amore verso il proprio lavoro ed alla funzione sociale che il proprio ruolo riveste nei confronti dei tanti dipendenti e delle loro famiglie. Nutro per tutte queste persone un grande rispetto ! Potrebbe accadere che da queste dolorose esperienze fiorisca una nuova generazione di imprenditori dalle menti più preparate ed allenate al cambiamento continuo.

Per tutti quelli che non ce l’hanno fatta a continuare c’è senz’altro bisogno per loro del migliore aiuto per poter gestire una degna chiusura, ma anche per potergli offrire una nuova opportunità, che sia realmente nuova. I paradigmi di oggi, con paletti sempre più stretti orientati al cambiamento in corso, obbligano un imprenditore moderno ad essere formato e preparato, orientato alla tutela dell’ambiente, capace comunque di mettersi al riparo in caso di difficoltà finanziarie impreviste, socialmente responsabile ed in grado di intercettare le nuove logiche di questo particolare momento di rilancio. 

Viene spesso raccontato che in altri paesi, di solito si citano gli States, si apre con una estrema semplicità burocratica una nuova iniziativa imprenditoriale e che risulta abbastanza normale aver fallito almeno due-tre volte prima di avere trovato la giusta strada da perseguire che poi determina il tanto auspicato successo, inteso nella sua corretta accezione, ovvero che ciò che si voleva ottenere è davvero successo !

Se è vero come lo è, che la nostra terra è davvero la patria dell’ingegno e dell’arte, il mio grande augurio per tutti i nuovi e vecchi imprenditori è che possa essere anche la patria dell’Arte del Fallimento. Non sto ovviamente augurandomi che molti progetti naufraghino, ciò accade già, e continuerà ad accadere, è fisiologico. Sto auspicando ad un rifacimento del quadro normativo, e ad una nuova cultura del fare impresa entro la quale l’imprenditoria venga premiata per quanto cerca di realizzare anziché essere punita a posteriori. Come sostiene il grande allenatore e formatore Julio Velasco bisogna pensare all’errore come parte del processo di apprendimento anziché come segno di incapacità. 

Mi auguro che ci sarà così tanta voglia di fare e che le opportunità che nasceranno saranno così numerose ed entusiasmanti che si possa anche sbagliare, che si possa fare e rifare, fare meglio, fare di più. Si potrà allora sbagliare, fallire, riprovare, fallire meglio ed imparare la lezione , riprovare e una volta imparata l’Arte del Fallimento iniziare a vincere, ad avere successo. 

Mi occupo di consulenza strategico-cognitiva per il rilancio imprenditoriale, chiedimi come fare per ….  

– Alessio Micheli

“ Com’è difficile restare calmi e indifferenti mente tutti intorno fanno rumore”
– Franco Battiato

Il mondo cambia

Che ci piaccia o no il mondo cambia continuamente, la storia si fa, gli uomini partecipano in modo attivo o passivo a questi eventi.

Per la mia generazione questi pensieri erano frasi fatte nel secolo scorso, per chi nel 2000 aveva fra venti e trent’anni tutto ciò sembrava un refrain di qualche nostalgico pessimista che un po’ più vecchio all’anagrafe viveva dei ricordi di una storia per noi lontana :  i nonni e la guerra, la fame e le ideologie … il tutto un po’ sfumato, abbastanza noioso, e forse poco importante.
Con l’avvento di internet e la globalizzazione al galoppo, la teoria ci suggeriva che le disuguaglianze sul pianeta si stavano assottigliando, i muri erano abbattuti e le regole erano teoriche e logore…eppure qualcosa non quadrava. I molti erano anestetizzati dal benessere che ben-essere non era, mentre altri (pochi forse in proporzione, ma in costante crescita) non sapevano bene il perché ma volevano complicarsi l’esistenza alternativamente fra  le patologie depressive o schizofreniche, oppure sentivano l’impulso interiore che gli raccontava che il mondo andava cambiato, anzi migliorato, che non era giusto, che la forma prevaleva sulla sostanza e che poco più in là nel tempo l’occidente si sarebbe svegliato bruscamente senza avere partorito sufficienti risorse per gestire il vero cambiamento che stava avvenendo…ma per la maggior parte delle persone forse era difficile  e troppo impegnativo capire tutti questi strani comportamenti in quel momento, lo era senz’altro per i governanti che leggendo alcuni dati potevano pensare che le cose andavano bene tutto sommato, c’era l’ – Euforia irrazionale – .
La preoccupazione più diffusa ad un certo punto sembrò essere quella che nella notte a cavallo fra 2o e 3o millennio ci sarebbe potuto essere il cosiddetto “millenium bug” ovvero che tutti i Personal Computers e sopratutto i sistemi di elaborazione dati di enti, delle banche, e delle aziende potessero andare “in palla” per il cambio di contabilizzazione dei numeri non ben previsto per i primi sistemi informatici e per i software … il pericolo però fu scampato e quindi il problema era rinviato e demandato alle profezie Maya, quindi CinCin !!

Non ha poi invece tardato il nuovo millennio a presentare il conto già nei suoi primi momenti, eh si, con il crollo delle Twin Towers il vecchio e semi dormiente occidente ha fatto subito una doccia gelata iniziando a dubitare di se stesso, se infatti l’America non era più al sicuro allora non  lo poteva essere più nessuno, e le reazioni egoistiche che hanno portato via via a destabilizzare i paesi arabi non ha di certo fortificato l’autostima dei popoli che hanno combattuto per la pace e la libertà allungando le braccia verso un pensiero inclusivo, esportare a forza la democrazia non è stato fatto come probabilmente andava fatto, e forse non era così d’obbligo.

Il secondo colpo al cuore è arrivato col fallimento, o per meglio dire con la presa di coscienza del fallimento, del sistema capitalistico attraverso il crollo della Borsa di Wall Street e quindi di buona parte del comparto bancario mondiale per l’effetto domino innescato dal crack di Lehman Brothers & friends …

Più o meno in concomitanza di quel  momento ho iniziato ad interessarmi di politica e di finanza perché guardando a quello che accadeva attorno a me capivo che il sistema non funzionava per nulla e, trovarmi a criticare in modo aprioristico ciò che non si conosce, ritengo sia una delle massime espressioni di ignoranza, nel senso peggiore del termine.

Il mondo comunque ha continuato a zoppicare fra una crisi e l’altra ed i cambiamenti sono stati così tanti, ritengo sostanziali anche se talvolta sotto traccia , i tanti eventi in contemporanea oppure in sequenza si sono presentati e più o meno tutti di grande portata. Non è il caso di farne una sintesi a fette grandi come ho appena fatto con le premesse, sarebbe senz’altro riduttivo e poco utile, ciò che invece vorrei fare, è raccontare un futuro che ho visto nella mia mente rimuginando all’inizio di questo Lockdown italiano. Per alcuni aspetti si tratta di qualcosa che in qualche maniera spero, una sorta di visione ottimistica ed ideale, mentre per altri aspetti purtroppo si tratta di cattivi presentimenti.

Oggi è il 4 Luglio, una data simbolica per gli USA, ma quest’anno sarà piuttosto triste per effetto sia del Covid-19 che delle grandi tensioni sociali che sono scoppiate, li più che altrove, dopo essere maturate come reazione alla miope governance sovranista oltre alle disuguaglianze mai sanate e che oggi arrivano quasi inaspettate.
Funziona così un po’ per tutto di questi tempi : nello stesso momento ci sono crisi ed opportunità, lavoro e problemi, idee e fallimenti, iniziative gloriose e la peggiore cronaca ecc ecc e tutto accade come in un singhiozzo, che prima non c’era poi c’è con il suo ritmo impulsivo e compulsivo per un tempo, poi sparisce … poi ne riparte un altro e via così … fare previsioni è difficile, così come lo è programmare nel medio periodo, eppure diventa ancora più necessario. Nel mentre bisogna abituarsi a correggere il tiro in corsa rimanendo flessibili ed adattabili per poter rientrare in carreggiata il prima possibile verso il proprio obbiettivo, sperando sempre  che esso possa restare lo stesso del momento della partenza. Qui da noi si sono appena conclusi gli “Stati Generali” e sembra che una macro-riflessione stia emergendo, come insieme.

Cosa accadrà quindi in futuro ?
Quale sarà il sestante al quale potremo riferirci ?
Quali strade conviene percorrere e meglio ancora precorrere ?

Credo che i settori più importanti che ne coinvolgeranno molti altri a mo di indotto saranno i seguenti :

GREEN : sarà il motore trainante dell’economia dei prossimi decenni con una quantità di soluzioni oggi impensate ed impensabili. Le infrastrutture pubbliche così come le utilities private dovranno guardare a questo pilastro del modo di fare le attività rivolgendo l’attenzione al pianeta che sta gridando la parola “equilibrio”. La nuova mobilità sostenibile sarà un pilastro del nuovo modello che è al principio di una nuova evoluzione. All’opposto invece i grandi consumi ed i relativi sprechi saranno destinati all’industria aerospaziale che avrà via via un ruolo centrale per le nuove generazioni.

TECNOLOGIA : Quella della mente sopratutto, cioè di una nuova frontiera pervasiva dell’interfaccia uomo e macchina, che andrà quindi a coniugare i due mondi del benessere personale con l’informatizzazione e l’automazione di ogni cosa. Dovremo rivedere i modelli di apprendimento, quindi tutto l’impianto relativo all’insegnamento, che dovranno considerare il “come ragiona una macchina” e dovremo imparare a gestire in modo sempre più efficiente la crescita e la varietà dei dati con i quali dovremo relazionarci.

DIRITTI : Il terzo settore dovrà essere super strutturato per consentire il cambiamento già iniziato, ovvero,  i servizi saranno sempre più a misura d’uomo se la società saprà trovare quelle nuove grandi idee per gestire la collettività che avrà dei repentini cambi di scenario a causa del calo di lavoro e con una diversa necessità di sapere gestire il tempo, il tutto sarà sempre di più monitorato dalle istituzioni. Un esempio in prospettiva sarà la tassazione alla fonte per tutti (Una grandissima sfida per gli Italiani  ) che verrà gestita senza una differenziazione di inquadramento. Ciò però sarà possibile solo con una rivoluzione delle politiche fiscali e con l’introduzione di sistemi informatici allineati.

INFORMAZIONE e SALUTE : Qui si giocherà la grande partita della garanzia delle libertà, sarà una sfida sempre più alta e sempre più complessa poiché già oggi sono i social media a determinare buona parte dell’opinione pubblica. L’informazione, inoltre, sarà a maggior ragione il sinonimo dello stato di salute di una società articolata come quella che si andrà a configurare. La salute vera e propria stessa, tema quotidiano di questi mesi, così come l’informazione libera, determineranno grazie al loro accesso, inedite geometrie sociali, risvolti ed impatti sull’eco sistema delle nuove classi e dei comparti che devono ancora essere rimescolati. I criteri saranno davvero nuovi, innovativi e stravolgenti.

E il LAVORO? Quello sarà sempre meno per come lo conosciamo, lavoreremo meno ore e con minore fatica fisica e psichica, la  fatica sarà più di tipo emotivo nel dover imparare a gestire le attività ma senza una continuità come è stato fino a poco tempo fa. Il cambio di abitudini potrà generare alcuni disturbi in una prima fase, ma col subentro via via delle nuove generazioni esse impareranno nuovi ritmi che assomiglieranno sempre più alla modalità digitale che è in grado di interrompere un qualsiasi compito e poi riprenderlo senza errori in esatta continuità senza dover ripercorrere il passato.
Le insidie maggiori saranno anzitutto di tipo cognitivo, ad esempio, per chi non ha memoria di fatto ha alcuni vantaggi ma ciò può essere molto pericoloso per se e per gli altri a causa dell’assenza di empatia, in sintesi una troppa razionalità a discapito delle parti più sensibili. Sul fronte opposto invece per chi è molto affezionato al passato c’è il rischio di rimanere tagliato fuori nel momento dei cambi epocali, ciò sta già accadendo oggi sia per alcuni anziani sul piano personale, che per le aziende che hanno dovuto volgere obbligatoriamente allo “Smart working”. In entrambe i casi il gap cognitivo di abilità nell’utilizzo delle tecnologie ha già creato dello stress ed ha descritto alcune delle future nuove discriminazioni.
Un’altra riflessione importante deve essere fatta in relazione all’utilizzo dei big data, che, se saranno usati per dei fini poco etici, andranno a creare delle situazioni inedite e spiacevoli, i dati sono importanti ma se male interpretati risultano piuttosto stupidi, vedasi il concetto di rating bancario negli ultimi 15 anni.

Sembrano  scenari che fino a qualche anno fa erano relegati ai soli raconti di fantascienza, ma le cose stanno accelerando e ne vedremo senz’altro tanti altri,  ognuno dei quali conterrà il seme di quello successivo, senza forse tuttavia darci il “giusto” tempo di meditare a sufficienza come insieme. Saremo probabilmente obbligati per così dire nel dover essere adeguati ad ogni novità.

Il mondo quindi cambia, noi possiamo cambiare, anzi dovremo cambiare ed in questi ultimi mesi siamo già di molto cambiati. Ce ne siamo accorti ?
– Alessio Micheli

Green Jobs for the Future

Libri : “Intelligenza Ecologica” di Daniel Goleman

Web :

https://it.wikipedia.org/wiki/Life_Cycle_Assessment
http://www.lifegate.it/persone/news/lca_life_cycle_assessment
http://www.etichettaambientale.it/lca.html
http://www.to-be.it/
http://www.lastampa.it/2017/10/02/economia/lauto-elettrica-unarma-a-doppio-taglio-pTUPYfMmfGOYoBqcOXZTSO/pagina.html

Commento :

Ottobre, nel mese delle foglie parliamo un po’ di ambiente 

Non è possibile alcun serio intervento in direzione della salvaguardia dell’ambiente finché non realizzeremo un lavoro di coordinamento e di scambio di dati in una reale ottica di condivisione per la sostenibilità generale. Cosa significa? Significa, ad esempio, che se fossi un commerciale impegnato a proporre un impianto fotovoltaico da 3 kW a una famiglia, potrei dire: “Sono entusiasta del lavoro che svolgo, sono ben retribuito e contribuisco a salvaguardare il pianeta educando i cittadini a una cultura green.” Questa è la teoria, il sogno; poi c’è la pratica, la cruda realtà. Dovrei anzitutto chiedermi:

L’azienda per la quale lavoro è sostenibile?
Paga le tasse e i contributi? In Italia o altrove?
Paga i fornitori, gli installatori e i commerciali?
I prodotti che vende (es. pannelli e inverter) dove vengono prodotti? Quali economie sostengono?
In che modalità energetica sono stati prodotti?
Utilizzano componenti riconvertibili?
Le aziende che li producono sono esse stesse sostenibili?
Se per la parte informatica si appoggiano a dei server, sono anch’essi efficienti dal punto di vista energetico?
Quanti chilometri hanno percorso questi materiali prima di essere installati sul tetto del mio cliente?
I tecnici e gli installatori dell’azienda con cui lavoro, che tipo di veicoli utilizzano? Sono alimentati a energia fossile o rinnovabile?
Ed io cosa utilizzo?
Tra me e i tecnici, quanti chilometri percorriamo, quindi quanti litri di carburante consumiamo, e quale quantità di inquinamento produciamo mentre svolgiamo il nostro amato Green Job?
I titolari dell’azienda con cui collaboro quale stile di vita adottano privatamente? Sono davvero orientati verso il green?
L’azienda fa parte di un gruppo politico o è indipendente? Lo dichiara? In che modo?
Nel primo caso, quale politica energetica, qualora ne avesse una, persegue il ramo politico che essa rappresenta?
Questa fazione ha già dimostrato nel tempo di perseguire i miei stessi obiettivi ambientalistici? Quali e quanti?

In sintesi, qual è la carbon footprint (impronta carbonica) della mia azienda?
E quindi, qual è la mia impronta? Sono davvero green?

Ecco un esempio di LCSA, che rappresenta una personale interpretazione di LCA integrato (la “S” indica la sostenibilità in senso ampio e omnicomprensivo), con ulteriori considerazioni che ne aumentano il potenziale, poiché coinvolgono aspetti aggiuntivi del fare, restituendo a quest’azione maggiore coerenza, dignità e valore.
Se il consulente commerciale di questo esempio riuscisse a rispondere in modo propositivo a tutte queste domande e trasferisse questi concetti al proprio cliente, allora inizieremmo a fare sul serio. Tutte le altre dinamiche che non considerano l’insieme di questi e di altri aspetti sono ancora solo idee e speranze, probabilmente con le migliori intenzioni, ma non sufficientemente utili a realizzare ciò che esse stesse promuovono e a fare la differenza.  

Mi occupo di consulenza in ambito energetico e riduzione dei costi aziendali in sostenibilità finanziaria e fiscale, chiedimi come fare per  
– Alessio Micheli