“ Il suo nome è Robert Paulson “ è la battuta tratta dalla penna di Chuck Palahniuk nel libro Fight Club, diventato poi un film cult, che racchiude in sé molte riflessioni e metafore che ruotano attorno al tema della coerenza (questa sconosciuta!), e dei pericolosi cambi di paradigma quando le attività di valutazione passano dal singolo al collettivo, o forse sarebbe meglio in alcuni casi parlare di branco.
Per capire tutto questo ovviamente è necessario almeno vedere il film, ma proverò a snocciolare in grande sintesi cosa penso. Nel corso della storia raccontata, un gruppo di persone aggregate attorno al loro leader Jack(?)/Tyler, una persona dotata di buona creatività ma con qualche problema di identità, quella che qualcuno chiamerebbe disturbo bipolare, si trova nella scomoda situazione di dover prendere atto di avere fatto una cazzata che è costata la vita (qui metafora) a Bob , un amico di sedute di terapia collettiva del leader del gruppo, che era diventato un membro del cosiddetto “Fight Club” e che viene successivamente arruolato nell’evoluzione degenerata e sovversiva del club divenuto “Progetto Mayhem”. Di fronte alla presa di coscienza collettiva che durante una delle azioni degli attivisti del progetto un membro ci ha lasciato le penne, ed alla falsa sofferenza dello stesso protagonista leader, più preoccupato delle conseguenze pratiche e potenzialmente virali che andrebbero ad inabilitare il potenziale del progetto ; ecco che l’evento della morte di Bob diventa un buon pretesto di mistificazione e di glorificazione da celebrare. Nominarne quindi nome e cognome, anziché il diminutivo Bob è metafora che corrisponde all’attribuirgli un valore vero solo ora, riconoscendogli la reale identità. È l’unico modo per dargli gloria, soltanto post mortem, poiché il proprio ego non lo consentiva prima, magari anche in considerazione di alcuni difetti legati alla forma, e forse anche perché il soprannome serviva benissimo ad una attività non del tutto raccontabile. Il soprannome era adatto alla complicità all’interno del progetto, ma non era mai stata una piena attribuzione di valore fino ad allora.
Non conosco le intenzioni vere di Palahniuk nella stesura del libro, ma a me questo passaggio del racconto ha ricordato molto quanto fatto dai nazisti quando decisero di usare come pretesto l’episodio controverso dell’attentato condotto il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan ai danni del diplomatico tedesco Ernst Eduard com Rath per scatenare nei giorni successivi l’odioso evento spartiacque e delirante dei “Pogrom del novembre 1938” poi rinominato “Notte dei cristalli del Reich”. É un espediente usato più volte nella storia dei popoli, sembra ci sia un vero e proprio metodo di lavoro propagandistico codificato. Proprio così, un’idea mal riposta sommata a oscure intenzioni, quando trova un nuovo nome strumentale genera sempre una licenza nefasta, consente diciamo così di poter collocare al posto “giusto” i bassi istinti con la scusa di avergli trovato una nuova e funzionale etichetta. Dare un nuovo nome in questi casi quindi serve a giustificare qualcosa, ad avvallare qualcosa che prima non si poteva dire o fare, e non di rado questa cosa corrisponde ad una “verità” tenuta fino a quel momento nascosta, agli altri senz’altro, ma spesso anche a se stessi.
Perché è importante considerare queste dinamiche ? Perché è chiaramente utile mettere in evidenza le proprie e le altrui incoerenze al setaccio del buon senso affinché si possa evitare di “farsi dei film sbagliati”, che spesso e volentieri non sono altro che proiezioni esteriori delle proprie sofferenze e mancanze interiori. Quando non siamo in grado di gestire delle situazioni siamo tutti facilmente portati ad additare gli altri, ci costa una maledetta fatica dirci che abbiamo sbagliato, che siano noi la causa unica e sola della nostra condizione, e talvolta può effettivamente non essere così , ciononostante il giudice interiore o dei nostri prossimi, vero o imaginarlo che esso sia, ci sembra un macigno insormontabile. Preferiamo quindi la via breve dello scarico di questi pesi inventando le più becere teorie, diventiamo meglio di Steven Spielberg (che ironia semita) con tanto di colonna sonora a corredo.
Ho vissuto direttamente diverse esperienze, anche di recente, nelle quali mi sono ritrovato ad essere alternativamente Robert Paulson, oppure solo un gregario partecipante al fight club di turno. Ovviamente non potrò qui ammettere di essere stato mai stato un Jack/Tyler.
Tempo fa durante una convention aziendale di inizio anno vissi un istantaneo “insight” che mi fece tremare li per li, capii improvvisamente di trovarmi in un contesto maldestramente gestito dove i valori nei quali credevo e per i quali avevo aderito a quel progetto di business, erano stati abilmente sostituiti dal mero ritorno economico come unico faro. Mi resi conto chiaramente che i miei sforzi andavano in realtà a nutrire solo e solamente l’ego ed il portafogli di chi presiedeva alla dirigenza di quel progetto ma che viceversa raccontava come gli sforzi andassero ad aiutare le aziende clienti ed in modo indiretto la crescita professionale ed economica di chi assieme a me diffondeva il “verbo”. Subito dopo la mia presa di coscienza mi venne in soccorso il fulgido esempio di Claus Schenk von Stauffenberg. Se non sapete di cosa parlo troverete fra le fonti ispiratrici di questo articolo la riposta migliore.
Quanto è difficile essere realmente etici e coerenti ? Molto, moltissimo, sopratutto quando le cose non girano nel modo migliore, eppure è solo in quel preciso momento che puoi scoprire dove sono i valori, se ci sono, e se ci sono mai stati. Accade infatti che in quei momenti le cose cambiano, a volte in modo inaspettato, ciò che sembrava sinergico non lo è più e magari invece ciò che prima era distante stranamente si avvicina, solo rimanendo lucido puoi renderti conto di chi è davvero con te, chi lo è sempre stato e chi meno., serve tuttavia una reale apertura mentale ed emotiva per sorpassare gli sgambetti degli istinti e delle sub-emozioni che offuscano la mente.
Citando un altro film “Arriva un punto, molto estremo, in cui le strutture ti abbandonano e le regole non sono più un’arma, sono catene che imprigionano te ma non un criminale. Un giorno forse affronterai un simile momento di crisi. In quel momento spero che tu abbia un amico come l’ho avuto io, che affondi le sue mani nel fango in modo che le tue possano restare pulite!” . Chi parla è il commissario Gym Gordon e parla di Batman cioè di quell’eroe che non ha bisogno di sembrare tale , anzi schiva quella gloria pubblica a vantaggio del bene comune. La situazione in quella fase del film racconta come solo se si conoscono bene i fatti e le sfumature si è in grado di capire, mentre Gordon conosce bene tutti gli eventi, la popolazione di Ghotam City conosce un racconto differente, incompleto. Batman viene bollato come un criminale e, come è facile intuire, le malelingue battono il tamburo senza curarsi molto dei contenuti veri poiché le dinamiche del gruppo sono sempre portate alla semplificazione.
L’ amico psicologo Claudio Luraschi postava oggi sui social una riflessione sul fatto che non è possibile rimanere se stessi all’interno di un gruppo di lavoro, di un team, poiché quando siamo coinvolti in una relazione sociale siamo diversi da come siamo normalmente in contesti personali. Citando a sua volta lo psicologo William McDougall, nel suo breve post Claudio spiega che da una parte quando siamo in un contesto collettivo espandiamo il nostro vissuto emotivo, ma dall’altra come dazio diminuiamo il coinvolgimento cognitivo (ovvero siamo un po’ più stupidi NdR).
Ciò mi riporta ad un’altra considerazione che faccio sempre quando ascolto notizie di cronaca che hanno a che fare con problemi di disordine pubblico (vedi scontri fra tifoserie allo stadio, o manifestazioni di piazza che diventano atti vandalici, ed allo stesso modo la soppressione troppo violenta da parte delle forze dell’ordine di alcune di queste anche quando sono pacifiche, o peggio ancora quando un gruppo di maschi arriva a compiere violenze su una singola donna). Mi chiedo sempre come sia possibile che persone ritenute equilibrate, insospettabili, arrivino poi a tanto quando sono immerse in un altro contesto collettivo. Cio che ho capito sin dalla giovinezza, e che viene confermato dal post qui sopra, è che realmente la scala delle regole di relazione si sposta senza che il singolo se ne renda conto, e se per caso se ne rendesse conto non è sempre in grado di rispondere alle proprie istanze interiori poiché il contenitore più grande del gruppo sembra dovere assorbire e prevalere sul focus individuale.
Tornando a noi, questa mia dissertazione serve qui a stimolare all’osservazione delle dinamiche di gruppo nel contesto del lavoro.
Facciamo più attenzione a tutti i Robert Paulson che siamo e che incontriamo.
Mi occupo di consulenza per lo sviluppo e la gestione delle organizzazioni e dei reparti commerciali, chiedimi come fare per ….
– Alessio Micheli
Alcune delle Fonti :
Musica e Scritti
Articolo di Luca Fontana su https://www.digitec.ch
Testo della canzone “Bandiera Bianca” di Franco Battiato
Post di Caludio Luraschi su LinkedIn
Libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk
Testo della canzone “Barabba” di Lorenzo Giovanotti
Libri : “B/REL” (La trilogia inedita) di Ale Seven
Libro : “Simulacri e Simulazione” di Jean Brillard (che devo ancora leggere 🙂
Films
“Fight Club” , di David Fincher
“Batman” (la trilogia) , di Cristopher Nolan
“Arancia Meccanica” , di Stanley Kubrick
“Operazione Valchiria” , di Brian Singer